— Hanno portato questa lettera. È giunta da stamane, ma per errore è rimasta in basso fino ad ora.
Beatrice la prese. La rozzezza della carta ed il carattere a lei ignoto della sopraccarta la meravigliarono. Fece cenno al domestico di uscire. Un oscuro presentimento passò gelido nel suo cuore. Esitò. Ma poi scosse la testa e si disse che era una sciocca apprensione pensare che quella modesta lettera potesse recarle del male. Quelle saggie riflessioni non impedirono che le sue mani fossero tutte tremanti nell'atto di lacerare la sopraccarta. Ebbe appena scorse le poche righe vergate da una mano febbrile che ella cominciò a tremare tutta, il suo volto s'impallidì di un pallore di morte, due lacrime, che avevano il silenzio inesorabile della disperazione, le spuntarono dai cigli. La denunzia era innanzi a lei.
Il dolore, che per tanti giorni aveva tentato di aprirsi un varco nella sua anima, ma che era stato respinto da tanti rosei ottimismi, irruppe finalmente in tutta la sua cieca brutalità. Fu così repentino il passaggio che l'anima della povera donna soffriva dalla gioia di un minuto prima all'ineffabile schianto presente, che per un poco Beatrice seguitò a ridere di un riso straziante, che altro non era se non spasimo di nervi esasperati. La crudele certezza era innanzi a lei. Il suo sospetto era da troppo dissimulato nel suo cuore sotto l'apparente fiducia, perchè le fosse possibile il minimo dubbio su la veridicità di una denunzia siffatta, anche se di un anonimo. Una sensazione di squallore — la sensazione di un uomo che veda rovinare una casa intorno a sè e resti per miracolo nell'aria sul sostegno di un unico e fragile muro — s'impadroniva dell'animo della tradita. L'umiliazione di essere posposta ad un'altra l'avviliva, la sua dignità di madre e di sposa si ribellava alla menzogna cui aveva dato fede ed ai baci mendaci cui ella ignara si era docilmente prestata. La terribile crisi di dolore che doveva gettarle addosso in venti minuti dieci anni di vita non le lasciava pensare chi potesse essere quell'anonimo delatore. La denunzia era così precisa nel suo laconismo spietato! La dolorosa riprese il foglietto per rileggerlo, per averne un aumento di spasimo, l'esacerbazione del suo dolore. Allora ella lesse la seconda frase: che Claudina Rosiers restava a Roma per lui. Le lacrime più cocenti le discesero lungo le guancie. Ella girava per la stanza come folle, inciampando nei mobili, rovesciando oggetti, brancicando con le sue mani convulse il grazioso abito ch'ella aveva poco prima indossato sorridendo, con la innocente civetteria di piacere all'infedele. A che era valsa, dunque, la sua vita di onestà? Tutti i suoi sacrifizii, tutte le sue rinunzie, che cosa avevano apportato di frutto, se non le era risparmiata quella atroce spartizione di carezze con un'ignota, con una donna qualunque? Il ribrezzo invadeva tutto il suo essere, distendeva i suoi viscidi tentacoli intorno al cuore affranto di lei.
Anche il dolore fisico imperversava. La sua fronte ardeva, le vene delle tempie pulsavano fortemente ed erano così gonfie, quasi fossero prossime a spezzarsi. Brividi le correvano le ossa. Il cuore aveva delle strette che la facevano gridare. L'inutilità della sua vita passata, lo squallore della sua vita futura le apparivano dolorosamente. L'uomo amato perduto, il padre dei suoi figli indegno di lei, adultero e mentitore, dissimulatore e vile, gli appariva perduto, irremissibilmente perduto. Le sue illusioni sfiorite, abbattute, rotte per sempre, gettavano su la sua povera anima una coltre di spine. Che le restava nel mondo? Quale scopo? Quale vita? Quale destino? In una nuvola d'oro apparvero alla dolorosa i nimbi biondi ch'erano le chiome dei suoi bambini. Per essi ella avrebbe vissuto, da quel giorno, da quell'ora, la cui tristezza immensa mai da nessun fluire di tempo sarebbe stata dispersa. Cosa morta le apparivano adesso gli anni che le restavano da vivere. Nata per l'amore, senza l'amore che altro le sarebbe rimasto per la vita? I suoi bambini, cui il suo pensiero ricorreva incessantemente come ad una salvezza, come ad un conforto, come ad una difesa, come ad un usbergo immacolato e santo, non potevano prendere nel suo cuore il posto lasciatovi deserto dall'infedele, dall'amato di tanti anni non più degno del suo amore. Tutto il sangue di lei si ribellava contro l'offesa, il sangue aristocratico della sua famiglia s'agitava al pensiero di quella mescolanza plebea, al pensiero che un'altra donna, di lei meno pura, di lei meno eletta, di lei meno devota, avesse potuto ottenere ciò che a lei era dovuto, ciò che a lei si toglieva. L'abbandono sembrava irreparabile alla desolata. Su tutto avrebbe transatto l'offesa, ma non su quel tradimento continuato, abile, mascherato, contraffatto, calcolato. Tutti gli spasimi diversi della sua anima si univano, si sposavano con un triste connubio in uno solo, altissimo, mentre dagli occhi abbattuti seguitava a sgorgare il pianto ininterrotto; pianto di vergogna e di dolore, di orrore e di amore, di amore ancòra, pianto senza sollievo, senza tregua, senza fine, pianto sovrumano di infinita desolazione.
Quando Giuliano entrò nel gabinetto da lavoro, sùbito lo sconvolgimento del volto di Beatrice che si era levata e l'attendeva in piedi, gli annunziò che qualche cosa di grave era avvenuto. Sgomento, le si avvicinò.
— Non vi accostate, ella gli gridò ritraendosi, non vi accostate. Il dolore così atroce che io soffro non deve lasciare a voi altre vie alla menzogna. Questa lettera mi svela finalmente che Claudina Rosiers è la vostra amante, ch'ella non partirà da Roma per restare con voi. La benda mi è caduta dagli occhi ed ho potuto vedere tutta l'offesa che mi avete arrecata. Io non vi rimprovero nemmeno. Il mio silenzio deve avvilirvi più d'ogni mia parola.
Giuliano, tuttavia nello sbalordimento dell'inattesa catastrofe, comprese che, con una donna leale e nobile come sua moglie, la protesta non era più possibile, nè poteva mentire. Se quella lettera era anonima e quindi dubbia la denunzia che conteneva, le sarebbe stato molto facile procurarsi altre prove ed indiscutibili, ora ch'era incamminata verso la verità. L'unica cosa possibile con quell'anima di donna era la confessione: Giuliano la tentò, disperatamente, come si gioca l'ultima carta per una posta suprema:
— Con una donna come te io non so più oltre mentire, Beatrice, egli disse. Ciò che ti hanno scritto è vero. Io ignoro chi sia il delatore volgare che mi accusa in quella lettera. Ho tanti nemici accaniti a Roma, tante gelosie, tante invidie, che vorrebbero colpirmi in quel che ho di più dolce, di più intimo e di più sacro — e vi riescono. Io non ho alcun mezzo per difendermi e non lo cerco. Ti ho troppo a lungo mentito e ne ho troppo sofferto.
— Non è vero, ribattè Beatrice, se voi aveste sofferto, come dite, nel mentirmi, non avreste atteso per confessarmi la vostra colpa che io avessi in mano una prova indiscutibile. La vostra menzogna è spietata, è orribile. Ora dite di soffrirne perchè io vi ho strappato giù dal volto la maschera della vostra fedeltà. Ma voi mi avete mentito per un anno, un mese fa, avanti ieri, ieri, stamattina. È una menzogna ininterrotta, calcolata, vile, che mi ripugna! Mi avete baciata con le labbra ancòra memori dei baci dell'altra..... Mi avete.... Per carità, per carità, tronchiamo qui il nostro colloquio..... Ogni cosa è finita fra noi. Non torniamo più su la vostra infamia: ne soffro troppo!