— E quest'oggi, quando ti sei seduta sul letto, io ho avuto la visione di un nostro amplesso su quel giaciglio non nostro. Mi è parso ch'esso avrebbe offeso l'assente e così bassamente avvilite le anime nostre!.... E sono fuggito, perchè l'emozione mi serrava la gola, perchè le lacrime mi gonfiavano gli occhi e non volevo piangere innanzi a te, non volevo sembrarti un fanciullo, non volevo.....

Le sue parole furono troncate, poichè Claudina su le labbra che parlavano aveva soavemente posto la tepida carezza della sua bocca. Egli si lasciò andare alle carezze di lei ch'era già completamente tranquillizzata. Ecco, la tormenta era oramai del tutto passata. E solamente nell'anima sua aveva lasciato tristissime tracce..... Ma forse non solo nella sua: Claudina di quelle rovine non si rendeva conto, per ora racconsolata dall'acqua di Lete delle sue illusioni e dei suoi sogni. Un giorno, però, quand'ella avrebbe guardato nella sua anima come in uno specchio, le vestige di tanto dolore le sarebbero apparse.

Un marinaio passò presso di loro, fece scattare i commutatori delle lampadine elettriche. La tenebra divenne intera sul ponte. L'uomo augurò la buona notte, s'allontanò frettoloso.

Gli amanti si erano distaccati. Claudina aveva rovesciata la testa su la spalliera ed una certa sonnolenza gli aveva appesantito le palpebre. Giuliano (la gola di lei era nuda e un respiro un po' affannoso sollevava i bei seni rotondi) già sentiva di nuovo il desiderio di lei. Con un bacio ella lo aveva ripreso. Nulla più rimaneva di quella dolorosa giornata, se non l'inutilità del suo dolore. Ella adesso dormiva, placida, dimentica che quell'uomo aveva quel giorno così crudelmente sofferto per lei. Un sorriso — che parve a Giuliano un sorriso felino di femminilità vittoriosa — socchiudeva le labbra tornate rosse. Quell'ombra bianca di donna gli parve una nemica soddisfatta, gli parve che ella celasse il suo intento malefico sotto l'ebrietà illusoria dei baci e le maschere delle amorose parole. Un orologio suonò la mezzanotte nella cabina prossima. Pensò Giuliano a quel che avrebbe fatto a quell'ora, se fosse stato a Roma, se fosse stato nella sua casa. Forse avrebbe lavorato tutta la sera ed a quell'ora, con la lietezza che dà agli scrittori una buona e feconda seduta di lavoro, avrebbe lasciato il gabinetto da studio, per passare nelle stanze dei suoi piccini e baciare i loro visini rosei, così rosei sotto le coltri e su gli origlieri candidi; poi sarebbe entrato nella stanza di sua moglie e sua, rischiarata dalla veilleuse di cristallo azzurro, avrebbe baciato la soave creatura che si sarebbe destata al bacio per attirarlo a sè, amorosamente.... Quale dolce visione e come lontana e, ahimè, per sempre perduta!... Era bastato a distruggere quella vita beata che quella donna ora addormentata s'incontrasse sul suo cammino, fatalmente.... Ei non ne faceva, del resto, una colpa a sè stesso od a lei. Egli era un fatalista convinto e solo responsabile degli avvenimenti umani reputava il destino. Era persuaso che una fatalità superiore incombe su tutti gli esseri umani e che è vano opporvisi o lottare con essa una lotta inane. Ricordava una parola araba che riassume il concetto del fatalismo mussulmano, Mektoub: era scritto! Proprio così, mektoub, era scritto che avvenisse quanto era avvenuto, era scritto che quella donna amante fosse per lui come un'aspra avversaria, era scritto che alla lontana creatura che amava egli arrecasse tanto dolore e che dalla prossima creatura che lo amava egli accogliesse tanto dolore!

Ma, intanto, quella sofferenza non poteva continuare. Bisognava darsi tutto a quel nuovo amore che pure gli aveva dato tante ebrezze, bisognava evitare che i ricordi lo assalissero. Al mattino, ei sarebbe partito da San Remo per una breve crociera. Claudina non conosceva nè Montecarlo, nè la Costa Azzurra ed avrebbe accolto la proposta con entusiasmo. Per qualche giorno, così, era possibile a Giuliano differire la sua agonia, qualche giorno di tregua e di calma gli era consentito. Sentì l'anima sua quasi placata. La notte non era più così nera e profonda; di tra le nubi diradate scendevano a torrenti luminosi gli argentei riflessi lunari. Anche la donna, che ora si destava sorridendogli, non gli appariva più un'avversaria temibile, ma piuttosto, come lui, una mite vittima del destino. Mektoub! Era scritto!....

V.

Venezia già splendeva tutta sotto la luna, quando Farnese prese posto nella gondola che doveva portarlo all'hôtel Danieli e, come i gondolieri accennavano ad abbreviare la via percorrendo i rii, ordinò che percorressero il Canal grande e lentamente.

Egli non pensava già più che Claudina lo attendeva. Lo scrittore si lasciava avvincere dalla suggestione che Venezia aveva sempre su lui, fin da quando il treno passava fra la laguna, sul ponte di Mestre. Il cielo in quella sera di primavera veneziana era tutto trapunto di stelle, a gruppi, come lampadarii su una immensa seta azzurra oscura. Ma l'aria era quasi rigida, poichè in tutto il giorno doveva aver piovuto. Giuliano aveva trascorsa mezza giornata a Padova, per visitare la monumentale e vecchia città, fiancheggiata di bastioni, dove egli, l'oscuro professore, aveva vissuto i suoi anni di tirocinio letterario e dove non era tornato da quando all'epoca del suo primo successo aveva emigrato a Roma. Era giunto nelle ultime ore del mattino e, la città come morta e troppo spaziosa per la sua popolazione, con le sue strade ornate di basse arcate, sotto un cupo cielo fulliginoso, grave di pioggia, gli era apparsa anche più triste ed opprimente che tanti anni prima. Aveva cercato la casa dove aveva dimorato durante quel malinconico periodo, fiero però di orgoglio e di onestà e di studio, dolce di illusioni e di speranze. Lungamente aveva passeggiato in su ed in giù per quella via, sotto quelle sue antiche finestre, riandando la vita di un tempo, confrontandola così semplice ed onesta com'era stata a quella di ora, così miserabile nelle sue ingannevoli apparenze di felicità, così corrotta, così monotona sotto il suo colore di varietà. Ed egli aveva sofferto di quei confronti, perchè nel ricordo è dolore, è spasimo, è rimpianto. Altri luoghi, un tempo famigliari ed ora quasi dimenticati, egli ricercò con curiosità. Tornato all'albergo, dove per quelle poche ore aveva depositato il suo bagaglio, si era informato su i suoi amici d'un tempo: quali erano morti, quali scomparsi, quali lontani, quali mutati! Egli non volle vedere nessuno. Dopo la colazione andò a visitare i luoghi d'arte che, anni addietro, gli avevano dato le sue prime sensazioni estetiche. Era andato a piedi a quella chiesa di Santa Maria dell'Arena, dove Giotto racconta nella cappella con molti affreschi gli episodii più salienti e significativi della vita della Vergine e di quella di Cristo. Era entrato nel giardino in fondo del quale è la chiesa, quando già qualche gocciolone di pioggia cominciava a rimbalzare schioccando su le foglie larghe e glabre degli alberi rifiorenti a primavera; aveva suonato alla porta e gli aveva aperto un esile vecchio ricurvo, il cui viso aveva un'espressione di satiro agli angoli della bocca disfiorita, un carattere di perversità selvaggia negli occhi rapaci. Lo scrittore aveva nuovamente provato un profondo compiacimento innanzi a quelli affreschi del più venerato dei Primitivi, innanzi a quei Santi giotteschi che si commuovono per leggende verso le quali la cieca fiducia è imposta. Egli era rimasto a lungo innanzi a quella reliquia preziosissima della prima arte italica; ma poi, come il vecchio guardiano insisteva nelle sue fastidiose spiegazioni e nei suoi inutili commentarii, — sufficienti per quei dottori germanici e quelle arcigne misses inglesi che corrono l'Italia vertiginosamente, tutto guardando senza nulla vedere — Giuliano uscì infastidito e stanco, serrandosi dietro l'uscio della chiesa così sacra per le sue reliquie d'arte. La pioggia aveva aumentato in violenza e scossa e rotta dal vento formava nel silenzioso giardino claustrale come una nebbia densa. Lo scrittore aveva riparato dall'intemperie sotto le volte ampie di Santo Antonio, la chiesa dalle sette cupole; si era soffermato innanzi ai bassorilievi in bronzo di Donatello su l'altare ed era passato quasi senza guardarlo innanzi al mausoleo del Guattamelata. Poi, continuando l'imperversare del temporale, egli si era estasiato per la Santa Giustina di Paolo Veronese, nella chiesa bizantina eretta ad onor della martire; in una sosta della pioggia si era spinto fino sotto agli Eremitani, dove aveva preso delle note sul Mantegna e su la sua cappella e sul San Giorgio al deserto di Guido Reni; ma, annoiato dalla pioggia, reso nervoso dalla solitudine e dall'elettricità ch'era nell'aria, non aveva affatto curato un monumento funerario del Canova, in memoria di un principe di Orange. Infine, stanco, quando il cielo si rasserenava per un tramonto fiammante, lo scrittore era rientrato nell'albergo; aveva pranzato lungamente, da solo, leggendo, poi aveva oziato, attendendo l'ora del treno. Durante tutta la giornata, quelle emozioni d'arte ed i ricordi del tempo passato avevan tenuto lungi da lui il pensiero dei cari lontani, dai quali egli era triste esule, e l'imagine di Claudina che già dalla sera precedente doveva attenderlo a Venezia, per amare, per viver d'arte e lavorare all'unisono, verso la conquista del dolce alloro fraterno. E pure, con una grande tristezza, a sera alta, mentre la pioggia ricominciava a cadere, era partito per Venezia dove la povera amica lo sospirava.

La gondola filava via sveltamente al lento battere ritmico dei remi nell'acqua verde. Qualche altra rara gondola passava in quella notte di plenilunio quasi estivo. D'innanzi al Fondaco dei Turchi altre barche erano ferme ed i rematori in riposo cantavano lugubremente con la loro lentezza monotona e la loro malinconia uniforme, a coro, e su ognuna di quelle loro gondole luceva una misera lanterna fumosa. Altre ancóra eran ferme sotto il ponte di Rialto, senza lumi e senza canti. Altre ancóra, più avanti, eran legate ai pali, innanzi al Palazzo Contarini degli Scrigni e le finestre del palazzo erano illuminate e ne giungevano ai passanti canti e risa e suoni; e su i rettangoli luminosi si disegnavano le bianche figure delle dame e sfilavano le schiere brune degli uomini. Ancóra altre finestre sul Gran Canale erano illuminate, da altre case scendevano musica e giocondità, in quella mite oasi plenilunare, dopo una grave giornata di turbine d'acqua e di vento. Giuliano Farnese da prima aveva guardato, sporgendosi ora a dritta ed ora a sinistra, a traverso gli stretti finestrini del lugubre felze. Poi, oppresso da quell'apparenza mortuaria, era uscito fuori presso il gondoliere di poppa, che a tratti rompeva il silenzio col monotono grido d'allarme dei rematori della laguna. In fondo in fondo, tutto il Canal Grande si stendeva sino alla Chiesa della Salute, e sotto la luce lunare, in alcuni punti, dava idea di una immane squama d'argento; l'oro della palla su la cupola monumentale della dogana presso Santa Maria della Salute riscintillava ai riflessi. Più in là, si apriva la laguna a perdita di vista; e là il mare era oscuro ed il cielo del plenilunio, così pallido e trasparente, quasi sembrava un'acqua pallidamente azzurrina. L'isola di San Giorgio Maggiore dormiva, senz'altro splendore che quello del faro colossale; dalla Giudecca, lungo la spiaggia del Redentore, giungevano altri echi di vita e di festività ed era un vivo agitarsi di lumi ed un fluttuare continuo di ombre brune su quei chiarori.

Così, abbandonato al fascino della città meravigliosa, egli non pensava più all'amante, quando la gondola si arrestò innanzi alla scaletta dell'Hôtel Danieli; saltò giù in fretta sul marciapiede ed entrò nell'albergo. Adocchiò su la tabella dei viaggiatori il nome di Claudina Rosiers, si fece dare una camera ed un salotto contigui alla camera di lei. Dimandò dell'amica e gli risposero ch'era nella sala di lettura con una visita. Giuliano spiò tra i cristalli e riconobbe Claudina in conversazione con un vecchio, che lo scrittore identificò subito per un redattore politico di un giornale di Venezia, un antico amico di entrambi. Ordinò che non avvertissero la signora Rosiers del suo arrivo, se non quando quel visitatore fosse partito e salì nelle sue camere, seguito dai facchini che portando il suo bagaglio ostentavano una fatica più grave per aver poi una mercede più lauta. Come ebbe ordinato i suoi abiti, deposti su la tavola i libri che viaggiavano sempre con lui; e come ebbe deterso il suo corpo dalla polvere del viaggio e mutato d'abito, attese Claudina, ch'egli imaginò ansiosa ed agitata, impossibilitata evidentemente a congedare quella visita importuna.