Dalla finestra del suo salotto contemplò ancòra la laguna scintillante come un'immane squama argentea. Sotto quell'estasi di luce lunare, Venezia pareva estatica, compresa da un sortilegio di amore. Rivide ancòra scintillare la palla d'oro su la cupola monumentale presso Santa Maria della Salute; ancòra il vento gli arrecò i suoni festanti di un valzer voluttuoso da un palazzo dove la danza ferveva; ancòra il vento gli arrecò l'eco dei canti, dei suoni, dei rauchi e tristissimi gridi di allarme — e come lamentevoli! — dei gondolieri, vaganti nelle ombre dei rii prossimi al gran canale. Rimase lungamente, poggiato alla finestra aperta, a guardare splendere Venezia. Il passato gli riappariva. Tutte le sue memorie veneziane lo riallacciavano, in una lieta scorribanda d'amore gli turbinavano intorno. Quanta sua vita egli aveva passato in quella dolce città innamorata del cielo e del mare! Il suo amore, il suo fidanzamento, le sue nozze gli tornavano in mente — e con essi l'imagine dolce di Beatrice lontana; ma questa volta l'imagine non aveva le apparenze di un rimprovero o di un rimorso; bensì quelle di una dolce memoria appassita e Giuliano le sorrideva come ad una morta, alla cui perdita si è rassegnati, pur cullandosi nel pensiero carezzante di quello che fu. Egli sentiva invadersi l'anima da una calma infinita, assaporava la pace e si compiaceva nella visione voluttuosa e inebriante della prossima notte d'amore. Venezia aveva sempre per lui questo effetto: tutti i suoi nervi si calmavano, tutte le sue agitazioni febbrili e continue si attenuavano in rapidi e rari sussulti ad un contatto o ad un ricordo. L'invadeva allora, e sempre, in ogni ora del dì e della notte, una malinconìa profonda ma fine, ininterrotta ma squisita, intensa ma soavissima. Le cose gli apparivano sotto una luce grigio-rosea — non più risolutamente oscure; le sue febbri si placavano ed egli riafferrava la signorìa su sè medesimo, smarrita per lo innanzi, col dilettantismo della sua auto-analisi e la maschera delle sue geniali apparenze fanfaronesche. Nell'onda dei ricordi egli non trovava più gorghi infidi e canti di sirene, ma una dolce acqua di Lete che lo cullava, senza poi richiamarlo troppo bruscamente all'amara realtà.
Ma all'amara realtà lo richiamò Claudina che entrava, che gli gettava le braccia al collo e lo baciava con passione ardente. D'un balzo, egli si ritrovava fuori del mondo dei sogni. Egli identificava quella donna che gli sorrideva nella penombra, la vedeva quale già l'aveva veduta in qualche ora di squallore sentimentale e sopra tutto in quella notte oscura durante il suo sonno a bordo dello yacht, come la causa del suo dolore, come un'avversaria che celasse il suo intento malefico sotto l'inganno delle dolci carezze e delle amorose parole. Claudina gli aveva rivolto poche frasi indifferenti, poi si erano appoggiati al davanzale, in silenzio, contemplando la notte. Quella vicinanza femminile innanzi a quella luminosità lunare del cielo e del mare gli ricordava altre sere in cui con una altra donna, tutta rivestita e angelicata di sogni, aveva fissato in un silenzio supremamente ed arcanamente loquace quell'acqua bruna e d'un diaspro oscuro su la quale i raggi lunari sparpagliavano la vita palpitante di miliardi di lamine argentee. Aggravandosi la sua pena, pregò Claudina di uscire. Salirono in gondola, entrarono nel sogno sontuoso del Canal Grande. Claudina col pretesto della sera ancóra un po' rigida aveva preteso dal gondoliere il misterioso felze, senza del quale le sembrava tolto alla gondola ogni fascino ed ogni mistero, riducendola ad una semplice barca snella e rapida. Nell'ombra del felze Giuliano aveva chiuso gli occhi e pensava; a traverso i finestrini, Claudina ammirava intanto la doppia fila di palazzi illuminati, che, appunto con la loro diversità, sembra che abbiano voluto realizzare un orgoglioso, prodigioso e fastoso sogno di strana bellezza.
— Ti ho tanto atteso, susurrava Claudina all'amante. Le ore della tua lontananza mi sono sembrate così squallide, così lunghe.... Mi avevan ripreso tutte le mie tristezze d'un tempo.... E tu? Hai concluso i tuoi affari?.....
Un dubbioso cenno del capo di Giuliano rispose alla domanda della donna. Quasi per un bisogno ardente di confessione, di sincerità, di sfogo, egli avrebbe voluto dirle, come, appena giunto a Milano, riafferrato dalla nostalgia della sua casa e dei suoi cari lontani, avesse dovuto passare tutte le sue ore chiuso nella sua camera d'albergo, dal letto a un divano e da un divano ad una poltrona, a rodersi nella sua tristezza desolata, bramoso di non vedere nessuno ed assolutamente incapace di trattare e di discutere per il minimo affare. Avrebbe voluto dirle come quella stessa mattina egli si fosse infine deciso a partire, dopo un inutile soggiorno, precisamente per raggiungere lei, per ricorrere nella sua desolazione morale al veleno dell'ebbrezza voluttuosa che i baci di Claudina sapevan sempre destare in lui, come colui che soffre ricorre alla sottile malìa della morfina, pur sapendo che, spento l'effimero sogno, la tortura della sofferenza tornerà ad avventarsi su lui con più accanimento. Ma fu prudente e si guardò bene dal dirle tutto questo. Anzi pensò opportuno di chinarsi a porre un bacio su le labbra di Claudina, affinchè ogni possibile dubbio venisse da quello scacciato o assopito nell'anima di lei.
Ma Claudina, del resto, non aveva più dubbî, nè sospetti. Il colloquio vibrante di San Remo le sembrava essere stato poche sere prima definitivo. Ella era convinta che l'amore di Giuliano le fosse tornato in tutta la sua gagliardia. Da quei giorni di Venezia e dai futuri giorni di vagabondaggio estivo ella si riprometteva infinite gioie d'amore. Solo in qualche momento ella aveva dei sospetti su l'amore di Giuliano: come un nembo, allora, passava su la sua anima una fiamma di veemente rancore per la menzogna dell'amato, fiamma che subito si dileguava o si mutava in nuovo ardor di passione. Ella credeva alla ventura realtà del loro sogno. E l'Alloro le sembrava in fiore.
Una serenata che, al lume delle variopinte lanterne veneziane, rompeva innanzi ad un palazzo la calma plenilunare del Canal Grande, ruppe con quella anche il corso differente dei loro contradittorii pensieri. Lo scrittore volle sottrarsi alla volgarità di quella suggestione a pagamento ed ordinò al gondoliere di girare per un canale interno e tornare alla laguna libera. Il canale s'inoltrava silenzioso e deserto. Quell'acqua calma così nera e così luminosa ad un tempo faceva palpitare i nervi febrili di Giuliano di ammirazione e di orrore. La sua anima pareva sprofondarsi in quell'ombra fredda e cupa. Pareva che il mistero incombesse su lei. Ai bagliori della luna gli alti e bruni palazzi sembravano divenire più grandi, mano a mano mostruosamente enormi, assumendo apparenze di spettri minacciosi che incedessero su le acque. Giuliano non potè trattenere un brivido. L'amante si chinò su lui e, nell'ombra, lo strinse tutto nel profumo delle sue braccia e lo baciò voluttuosamente all'angolo della bocca. E nel piacere si abbandonò su l'amato, esausta per un sol bacio.
Ma tutto il dramma della sua vita era riapparso per quel bacio inopportuno allo scrittore. In un baleno, un'altra notte oramai lontana gli riapparve, un'altra donna si appesantì su lui, altre braccia lo strinsero ed un altro profumo lo inebriò, un altro bacio più casto, bacio di vergine, venne a posarsi, fiore incoscientemente irrequieto di voluttà, all'angolo delle sue labbra. L'assente riapparve con tutto il lugubre manto della sua lontananza e del suo lutto e la donna così ardentemente amata, ch'egli adesso serrava fra le braccia, ancóra una volta gli sembrò un'estranea ed una fatale nemica.
Erano su la laguna libera, fuori dell'incubo del canale spettrale. Gli amanti tacevano: Giuliano era di nuovo prostrato nella sofferenza. Non più gli apparve la luna fra le nubi e le stelle come una perla immane fra manti di neve e mirifici lampadari; gli sembrò invece una lampada funeraria accesa fra drapperie luttuose avanti al manto nero e trapunto d'oro di un colossale catafalco. Non più Venezia gli apparve come un regno di fate tra i riflessi dei lumi del Canalazzo e lo splendore delle luci tremolanti a San Marco e su la Riva degli Schiavoni; ma quelle luci e quei riflessi e quei lontani edifici gli sembrarono una processione interminabile di cerei funebri e di bare. I gruppi di lumi alla Giudecca o a San Giorgio non gli apparvero più come prodigiosi fiori di luce, come radiose ghirlande; ma gli sembrarono torcie di lutto e di morte lacrimanti intorno a una tomba.
Con la voce tremante e soffocata egli ordinò al gondoliere di tornare a terra.