Giuliano, quando furono soli, s'avvicinò ad Anna Maria per veder se dormisse. Si chinò, vide gli occhi della bimba, aperti, febricitanti, fissi nei suoi.
— Ti senti male? dimandò impaurito, a bassa voce.
La bimba accennò negativamente con la testa. Il padre le chiese ancóra:
— Vuoi dormire?
Senza rispondere, la bimba chiuse gli occhi, appoggiò la guancia al cuscino. Docile, ella cedeva al consiglio di dormire che aveva inteso nella trepida domanda paterna. Certamente la piccina doveva soffrire in silenzio. Ma perchè, perchè, si chiedeva angosciosamente il padre, perchè non v'è un linguaggio mediante il quale i piccini ed i grandi si possano intendere? Sotto la furia del dolore i fanciulli restano vinti senza poter spiegare quello che sentono, son come persone esuli che chiamino soccorso agli uomini senza poter dire come e dove lo possan loro arrecare. Ma il respiro di Anna Maria si fece meno agitato. Forse il sonno l'aveva presa. Giuliano ritornò su la sua poltrona, a pie' del letto.
Guardò intorno a sè tutte quelle cose e quelle apparenze tristi e dolorose, ma famigliari. La realtà quasi non gli sembrava possibile. Era egli lo stesso uomo che due sere innanzi, a quell'ora, correva in un'ansietà crudele i caffè e i ritrovi notturni di Roma in cerca d'un amico che potesse dargli notizie su la sua casa, su i suoi cari, su la sua piccola inferma? Oh, come la vita galoppava, galoppava per quella via sempre diversa, ma che guidava senza errore sempre più verso la morte! Quanto non avrebbe osato sperare nei suoi sogni più ottimisti si era realizzato. Il maggior passo era fatto, e la vita in seguito, a poco a poco, in maggiore o minor tempo, avrebbe ubbidito al destino, uniformandosi a questo, docilmente. Non una parola era stata pronunziata tra lui e Beatrice ed ella quasi aveva ostentato di non avvedersi nemmeno della sua presenza. Ma un piccolo fatto, che altro non era che un semplice atto di femminilità sempre vigile, lo aveva indotto a bene sperare. Quand'egli era uscito dalla stanza per breve tempo onde pranzare con Loredano e il piccolo Luca — (la sua cena frugale, un brodo e delle uova, Beatrice aveva voluto che le fosse servita nella stanza dall'inferma) — rientrando aveva veduto Beatrice un poco mutata. L'aveva fissata, osservandola: i capelli eran stati ravviati, la forma cambiata con una migliore, ed un merletto bianco era stato posto intorno al collo per diminuire e adornare la scollatura della camicetta. In quei brevi momenti, quantunque tutte le sue ansie e tutti i suoi pensieri fossero per l'inferma e quantunque avesse ostentato fino ad allora di non avvedersi della presenza di Giuliano, ella aveva voluto divenir più accurata e più bella, aveva avuto la innocente civetteria femminile di favorire un po' più la sua grazia. E Giuliano, osservando questi piccoli atti segreti, aveva sorriso e sperato. Più volte gli era venuta la tentazione di rivolger la parola a Beatrice. Ma al momento di articolare le sillabe qualche cosa gli serrava la gola, forse il timore di non aver risposta o di averne una che dovesse distruggere tutti i buoni e dolci sogni che da qualche ora carezzava e cullava nell'anima sua. E il silenzio era rimasto fra loro, intero.
Un altro silenzio, parimenti d'impotenza e di tristezza, regnò nella stanza dove solo viveva il respiro sibilante della bimba inferma. Era quel silenzio accasciato e profondo che provano coloro i quali amano la vita, quando si trovano messi dagli inganni e dagli agguati del destino in cospetto del male, della sofferenza e della morte. Giuliano si sentiva accasciato da tutta la tristezza di chi ama la vita dolce, buona, sana ed esuberante e sente invece intorno a sè la malattia, forse la fine imminente, certo il periglio. E una grande pietà lo prendeva, udendo quel respiro sibilante, una grande profonda pietà per quella creatura sua, cui egli aveva dato il dono magnifico della vita, quella creatura che ora soffriva ed alla quale, quantunque fosse anima della sua anima e carne della sua carne, ei si sentiva assolutamente incapace di portare alcun sollievo, alcun soccorso; la vita e la morte si contendevano furiosamente quel piccolo e dolce essere, ed egli, il padre, nulla poteva, e doveva tacitamente assistere a quella suprema e tremenda partita tra la vita e la morte, quella partita la cui tragica posta era costituita da quanto egli aveva di più caro e di più sacro nel mondo!
Quel sibilo del respiro lo atterriva. Le previsioni più truci lo assalivano. A volte, con un brivido, egli considerava la sua creatura come perduta.
Ma Beatrice? Ell'era sempre distesa su la poltrona, con la testa rovesciata su la spalliera e gli occhi chiusi. Non dormiva però, poichè ogni tanto socchiudeva le palpebre, volgeva lo sguardo lentamente ad un orologio presso il letto. Che cosa pensava ella, intanto? La sua piccola civetteria di poche ore prima aveva incuorato Giuliano. Ma perchè taceva ancòra? Attendeva forse che il marito le parlasse per primo? Conveniva gettarlesi ai ginocchi, dirle tutte le angoscie e tutto l'amore? Ma avrebbe ella creduto? E non si sarebbe offesa di quelle parole e di quei gesti in un momento così inopportuno, in quella stanza di ammalata? Giuliano non sapeva che cosa mai potesse fare. Dietro ogni atto possibile scorgeva facilmente il pericolo, il rischio. Tacere? Parlare? Non sapeva. E come avrebbe mai potuto uscire da questa dilaniante incertezza? Lo avrebbe il caso favorito, come lo aveva favorito fino ad allora?
Frattanto il loro rispettivo mutismo si prolungava. S'interruppe appena con un'esclamazione di allarme sfuggita dalle loro labbra, quando, per uno scoppio violento di tosse partito dal letto dell'inferma, insieme essi si precipitarono verso il capezzale di lei. Ma dopo il breve scoppio di tosse, la piccina aveva nuovamente chiuso gli occhi ed aveva ripreso sonno. I due, rimasti ansiosi ai lati del letto tornarono l'un dopo l'altra alle loro poltrone.