— Giuliano, Giuliano, è l'agonia, è l'agonia... oh Dio!
Rimase tremante, coi lineamenti contratti, a fissar quella sua creatura che moriva. Giuliano ostentava spasimando una certa tranquillità per non atterrire doppiamente la moglie.
Il rantolo, dopo qualche minuto, s'affievolì, poi tacque. Il respiro della piccina divenne quieto, non era neppur più sibilante. Dormiva placidamente. Quasi d'improvviso un grande sudore rese madido il suo corpicino. Il rosso acceso del volto divenne un rosa appena esagerato. Anche quell'ultima crisi era stata così superata felicemente.
Allora, il grande sforzo di energia nervosa da cui Beatrice era stata sorretta durante quell'ultima angosciosa giornata, in cui cento emozioni vive e inattese s'erano incontrate nel suo povero e debole cuore, si esaurì ed ella cadde, vinta, esausta, affranta, su una poltrona, prorompendo in un pianto disperato. Giuliano accorse a lei. E poichè le poche parole scambiate fra loro, durante quella mezz'ora d'intima agonia, gli avevan dato coraggio ed energia, si lasciò cadere ai suoi piedi, le tolse le mani dal volto umido di lacrime, le strinse amorosamente fra le sue. Ella lasciò fare. Spossata da quelle emozioni, si sentiva debole come un fanciullo: aveva anzi bisogno di qualcuno che le parlasse dolcemente, di qualcuno che sapesse blandire la sua pena, dare una forza novella ed ardita ai suoi nervi depressi. Intanto, fu ella la prima a parlare:
— Tu l'ami ancòra, è vero?
— No, rispose Giuliano fermamente.
— E da quando non l'ami più? chiese Beatrice con un fil di voce.
— Da quando.... Oh, abbi pietà di me, abbi pietà di me.... Ho tanto sofferto..... impetrò Giuliano.
Rivide in un baleno quelli ultimi mesi di tortura, d'angoscia suprema.
— Ed io dunque! esclamò Beatrice tra i singulti. Credi tu che io non abbia sofferto, crudelmente sofferto, durante la tua assenza? — Poi, ripresa dal suo pensiero, aggiunse: — Ma tu l'hai amata, tu l'hai tenuta fra le tue braccia, tu le hai detto di amarla.... Confessalo, dimmelo dunque che tu l'hai amata!....