Giuliano rispose vibratamente, rinnegò il passato.
— No, no, ho creduto di amarla, è stato un sogno, è stata una follìa. Non mi so rendere conto di quel che è avvenuto dentro me stesso, poichè appena ebbi peccato, ripresi ad amarti con tutta l'anima, non appena ti ebbi perduta presi a rimpiangerti e ad invocarti con tutto il mio desiderio, con tutta la mia passione. Oh, non appena ti ebbi perduta, compresi e vidi quel che di grande e di profondo e di adorato, tu eri per me!
— Ma tu sei rimasto con lei! proruppe Beatrice.
— Fui pazzo. Perdonami! Io t'ho amata tanto. Ti amo tanto....
Vi fu una pausa. Poi Giuliano disse, avendo nella voce l'accento di una desolazione rassegnata:
— Ma che vale? Oramai tu non mi crederai più!
— Sì, sì, ti crederò, mormorò Beatrice, ho tanto bisogno di credere, di avere in te una nuova fiducia, di non pensare più che tu, con quelle labbra, con quegli occhi, con quelle parole, possa mentirmi! Ne ho sofferto troppo. Voglio credere, credere, credere.... Voglio illudermi, anche se domani dovrò, ancóra più crudelmente, essere disingannata....
Allora Giuliano parlò. Le disse quanto aveva sofferto, le narrò la sua vita, i suoi dolori, le sue speranze, i suoi disinganni. Trovò accenti dai quali scaturiva un'emozione prepotente. Fu lirico, fu sincero, fu profondamente commosso; amò e fu riamato in quel breve tempo come mai aveva amato o era stato riamato per il passato, come mai avrebbe amato o sarebbe stato riamato per il futuro. Beatrice l'ascoltava intenta, avendo le sue mani tra le mani di lui che le stringeva fino a farle male, fissandolo con gli occhi lucidi di lacrime. Ogni tanto ella diceva, senza sorridere, quasi lamentandosi:
— Povero Giuliano! Povero Giuliano!....
E poi aggiungeva, facendo sentire nella sua voce l'infinito del dolore sofferto: