Una grande pace invadeva adesso le loro anime tornate concordi. Beatrice, nella solitudine lacerante del suo dolore di madre, s'era gettata all'amore pentito di Giuliano come ad un'àncora di salvezza nel naufragio della sua vita. Giuliano, dal canto suo, non credeva, non voleva credere alla realtà degli avvenimenti. Gli sembrava un dolce sogno beato, che sarebbe poi stato spezzato da un brusco risveglio. Però sentiva nelle parole di lei l'indulgenza, non il perdono.

— Ma non potrai perdonarmi mai? egli le chiese.

Ella lo guardò, sorrise. Poi, posandogli le mani su la testa, gli mormorò con un accento profondo:

— Io ti perdono!

Ed insinuò le dita sottili tra i capelli di lui in una carezza tenera e blanda. Con la sua voce dolente e velata, volle poi aggiungere:

— Sì, io ti perdono. Tu solo devi far sì ch'io non mi penta mai di queste mie parole....

Per tutta risposta, Giuliano le prese le mani, le portò alla sua bocca, le baciò con baci innumerevoli, ardentemente.

Si levarono. Si fecero alla finestra ed aprirono le imposte, poichè la lampada da notte, forse scarsa di olio, si affievoliva. Guardarono insieme il giardino oscuro dove qualche chiaro fiore d'autunno splendeva. Qualche lampione, alcune finestre illuminate rilucevano sul fondo oscuro delle vie e delle case. Un'eco lontana di carri che passavano su dei selciati sonori giunse loro, oltre i cristalli, nel silenzio della città addormentata. Ascoltavano in silenzio, pensavano e sentivano senza più parole. La bellezza di vivere era per loro in quel momento profonda: la bimba salva, i loro cuori riuniti e dimentichi. Che cosa potevan dimandare di meglio alla vita e al destino per cancellare dai loro cuori le orme di tanto dolore? Anche il fiotto delle lacrime, lacrime calde e buone, aveva purificato e nobilitato i loro dolori, come il contatto rovente di un fuoco spirituale.

La bimba si destò, li riconobbe, li chiamò intorno al suo letto. Essi furon di corsa ai due lati del suo capezzale:

— Papà mio, mamma mia, susurrava la bimba dolcemente.