V.
Per quanto forte e sana, la fibra di Beatrice non seppe resistere all'assalto prolungato di tante emozioni, di tanti dolori e, in ultimo, di quelle gioje insperate, la guarigione della sua piccina ed il ritorno del marito a lei ed al suo amore. Una forte febbre la costrinse a mettersi in letto; ed i medici riscontrarono in lei i prodromi di una malattia nervosa che, se combattuta in tempo, poteva essere facilmente scongiurata.
Ella si mise a letto lo stesso giorno in cui, all'alba, era avvenuta la riconciliazione col marito. Qualche brivido di febbre la prese; fu addebitato alla stanchezza ed al sonno perduto; Leonardo e Giuliano la costrinsero a mettersi a letto e a riposare. Il dottore venne per la bambina che trovò entrata in piena convalescenza; vide anche Beatrice e per quella sera non riscontrò in lei nulla di anormale. Giuliano e Leonardo pranzarono soli col piccolo Luca. E quando il bimbo fu a letto, quando seppero che Beatrice ed Anna Maria erano addormentate calmamente, essi gustarono una deliziosa serata d'intimità famigliare accanto al primo fuoco d'autunno, acceso nel caminetto della sala da pranzo. Giuliano si sentiva felice: ogni cosa, ogni oggetto, ogni abitudine gli ricordava col proprio linguaggio misterioso la beata realtà del sogno, di quel sogno tanto a lungo carezzato, il sogno di tornare a tutta la sua cara vita d'un tempo.
Nulla era mutato. Due sole persone care mancavano; ma una, Anna Maria, sarebbe tornata a folleggiare per la casa tra qualche giorno; e l'altra, Beatrice, sarebbe stata tra loro l'indomani, calma, sorridente, generosa largitrice di nuova forza e di gioja novella!
Se non che la lieta previsione andò delusa. L'indomani Beatrice non si levò. La febbre infuriava. Ella rimase in letto una settimana intera e non volle avere che un infermiere, non volle avere che un assistente ed un medico: Giuliano. Quella breve malattia fu la loro seconda luna di miele, dolce e un poco triste, e i loro nuovi baci furono scambiati fra l'odore dei farmaci ed il profumo gracile dei molti crisantemi che riempivano i vasi di cristallo.
Giuliano passava tutte le sue giornate nella stanza dell'inferma. Aveva preso dalla sua biblioteca (quanta polvere su quei libri e com'egli era stato felice di riaverli e di sfogliarli di nuovo!) alcuni volumi di versi; e, a volta a volta l'avvolgeva nella capziosa suggestione di Baudelaire, nella fastosa sonorità di Leconte de Lisle, la cullava con la malìa appassionata di Musset o con la dolente e languida canzone di Verlaine; le paludava innanzi il simbolo evocatore di Mallarmè o l'attirava alle armonie suggestive e profonde di d'Annunzio e di Pascoli. Le voci di quei veri poeti eran divenute famigliari a Beatrice; e come quella di Giuliano sapeva farsi dolce e profonda per dire i bei versi di Musset nella canzone di Barberina:
«Beau chevalier qui partez pour la guerre,
Qu'allez vous faire
Si loin d'ici?
Voyez-vous pas que la nuit est profonde,