— Oh no, no, quella non è felicità.... La felicità è vivere insieme la vita, aver dei bambini belli e buoni come i nostri, una casa che si ama, un nido prediletto, un focolare domestico che splenda come un faro per illuminare il porto cui si ritorna dopo una giornata di lotta e di lavoro... Vedi, la felicità è questo: è tutta nostra la vita di adesso....
E la sua voce si faceva grave e vi passava dentro come un tremito pel timore che quella felicità dovesse, un giorno o l'altro, andare distrutta.
Giuliano era profondamente felice. Solamente qualche volta, quando Beatrice evocava qualche ora del tempo passato, egli, commosso dalla pena discreta della cara donna, preso dal rimorso per il grande dolore di cui egli era stato causa e origine, intenerito dalla generosità dell'adorata, abbassava la testa e non trovava nulla da dire. Rimaneva in un silenzio pieno d'amarezza e di dolcezza nel tempo stesso, un silenzio di cui Beatrice sapeva apprezzare la profonda e raccolta emozione. Ed egli le diceva talvolta:
— Io non sono degno di te. Io mi sento immeritevole della tua bontà, tu mi fai troppo felice...
E così la vita fluiva, blandamente. E la convalescenza si avvicinava anche per Beatrice, tra le parole eloquenti dei poeti prediletti e le trepide premure dell'amato. Ella volle che Giuliano tornasse a far dei versi per lei. Egli li improvvisò presso il suo letto. E furono i più belli ch'egli avesse mai scritto!
VI.
La tavola era imbandita con molta copia di fiori sparsi su la tovaglia e nei vasi. Quella sera Beatrice e Anna Maria, completamente ristabilite, lasciavano il loro pasto misurato di convalescenti, tornavano per la prima volta a pranzare con tutta la famiglia. A quell'intimo pranzo che per lui segnava il completo ritorno alla vita d'un tempo, Giuliano aveva voluto che assistesse, oltre Loredano, anche Andrea di Vele che tanto interessamento aveva preso per lui, per Beatrice, per tutti loro in quella triste e lacerante crisi della loro vita comune.
Mentre la conversazione s'intrecciava con brillanti scintillii di paradossi, di aforismi e di ironie fra Loredano e Andrea di Vele, Farnese assaporava tutta la delizia raccolta di quell'ora che non era come le altre fugace, poichè era qualche cosa più di un semplice episodio, era la rappresentazione della sua felicità riconquistata, del suo nuovo destino. La sua anima oramai non oscillava più fra le inquietudini avverse della speranza e del dubbio. Un dolce convincimento che la vita fosse buona e bella governava i suoi pensieri ed i suoi sentimenti e tutto gli sembrava animato come da una primavera novella, come da un gioioso rifiorimento di tutti i migliori suoi sogni.
Più volte in quelli ultimi giorni, il ricordo di un'immortale terzina, gli era venuto al pensiero. Anch'egli nel mezzo del cammino della vita s'era inoltrato per una selva oscura, paurosa, senza uscita; anch'egli, trascinato da un miraggio dorato aveva smarrita la diritta via. Ma poi, perchè la vita era buona, perchè egli aveva troppo sofferto per non aver diritto al ritorno di un po' di sole e di un po' di gioia, e perchè infine molto deve esser perdonato a coloro che hanno molto amato, per un prodigio la fitta selva oscura s'era diradata e s'era illuminata di sole; facilmente, guidato da una mano ignota ma fraterna, egli aveva trovato l'uscita e s'era di nuovo incamminato per la diritta via della sua vita, dove il sole splendeva in fiumi d'oro, dove le rose fiorivano sotto la primaverile serenità degli eccelsi.
— Oh il bene cancella tutto il male! esclamò Loredano a proposito di un piccolo scandalo mondano che in quei giorni faceva il giro dei salotti romani, assumendo sempre nuovi aspetti e proporzioni sempre maggiori.