— No... No. Partire no...
Riaccompagnato il Comandante fin fuori nel giardino, Fiorvante ritorna rapido verso sua moglie, caduta lì, alla scrivania, le braccia conserte su la tavola, la fronte e il pianto in quelle braccia. Ma qualche cosa, a terra, l'avvolge alle gambe, lo ferma, di colpo: è Pierotto, Pierotto che ha sentito, Pierotto che ha letto il foglio d'ordini caduto a terra, Pierotto che stringendogli le gambe, ginocchioni, gli occhi supplici in su come pregasse Iddio, gli dice con voce soffocata:
— Padrone, in Cina porti anche me!
Fiorvante ha respinto l'umile offerta e l'umile dolore. Ha davanti a sè, più grande, il dolore di sua moglie, ha dentro di sè, disperato, il suo. Non va, Fiorvante, a sollevare Mimì. Siede alla scrivania anche lui, il gomito su la tavola, il volto nella palma, lo sguardo fisso davanti a sè, nell'ignoto. E Mimì si solleva e lo guarda... Gli va vicino, gli prende fra le mani la fronte per rovesciargli il capo e gli chiede:
— Che cos'hai... tu che sei sempre così forte, così agguerrito?...
Fiorvante le prende le mani, e unitele, fa di queste un piccolo cuscino vivo alla sua testa stanca... Poi la guarda, doloroso, appassionato, e le risponde:
— Non so. Ho come un presentimento. Penso che non ti rivedrò mai più... che morirò laggiù...
Che scossa nel cuore di Mimì e che sobbalzo di tutto il suo essere! Ma si fa forte. Si china su lui che ha rialzato il capo. Sono ora volto contro volto. La volontà d'un sorriso a ogni costo illumina malinconicamente gli occhi di Mimì mentre ella esclama, tanto per rispondere:
— Che sciocchezze!
Ma lo stesso brivido che ha attraversato l'anima di Fiorvante ha corso la sua anima, povera bimba che ha paura, che ha tanta paura e non vuol farlo vedere perchè anche l'altro, quello che è forte, quello che è audace, quello che non ha mai paura di nulla, ha questa volta paura, tanta paura.