PIERROT
Ma tutto questo complicato andirivieni del mio capriccio e della mia fantasia, passati i primi tempi, corsa la cavallina, s'acquetò rapidamente. Quand'ebbi in un modo o nell'altro baciato tutte le donne che mi piacevano, m'accorsi che tutti i baci erano uguali e che a nulla serviva continuare a mutar di bocca se non riuscivo a mutar di piacere. Quand'ebbi comunque conquistato, lusingando, adulando, ingannando, imbrogliando, i migliori gigli per dormirvi la notte, i migliori fiori per assicurarmi i più fini manicaretti, i più bei cavallini per far trascinare la mia vettura, mi parve inutile continuare la mia fatica per avere altri agi uguali a quelli che già avevo, altre ghiottonerie quando di ghiottonerie ero già ristucco e altri lussi quando già, al mio passaggio, sdraiato nella mia Daumont, destavo l'ammirazione di mezzo mondo lunare e tutti mi segnavano a dito dicendo con rispetto: «Quello è Pierrot...». Quando, imitando gli altri poeti, camuffando con parole mie i pensieri altrui, rubacchiando con mano destra concetti e rime, ebbi avuto l'onore di adornare di miei versi le più illustri gazzette dell'Olimpo lirico lunare, mi parve superfluo insistere a far versi miei con quegli degli altri se già tutti leggendomi dicevano: «La Terra ha Dante.... E noi, più avventurati, abbiamo Pierrot....». E allora chiusi la mia vita in tre grandi solitudini: una donna sola per amare, un solo amico per vivere, un'opera sola per bere veramente, come Musset, nel mio bicchiere e farmi perdonare da Madame la Lune, in virtù del mio genio, le mie innumerevoli macchioline. E trovai, solo allungando la mano, la donna che mi adorava, l'amico impareggiabile e il capolavoro assicurato.
L'AMICO
E le macchioline, per tante nuove virtù, miracolosamente scomparvero.
PIERROT
No. Sta a sentire. E non m'interrompere così.... Trovato che ebbi l'amore, l'amicizia e l'opera, potei considerarmi, invero compiutamente felice. Da ogni parte la vita nella luna mi sorrideva come io avevo sognato che la terra mi sorridesse. Altro non mi rimaneva da fare che lasciarmi amare, lasciarmi servire e lasciar che l'estro liberamente cantasse nella mia fantasia. Ma, col tempo, la donna che mi amava mi venne a noia e, poichè aveva un'amica, non ebbi pace finchè non riuscii a tradir quella con questa. Verso il mio fedele e impareggiabile amico io non ebbi più scrupolo alcuno di mancargli di fede quando vidi che su la sua fede io potevo fare completo assegnamento. E, giuocandone la fiducia, sfruttandone gl'interessi, calunniandone il nome, riuscii ad avvantaggiar me in ogni modo danneggiando in ogni modo lui. In quanto poi al mio capolavoro, quando vidi che l'opera era certa, ma lunga la fatica, quando vidi alle prove che l'estro cieco non basta, ma che, come diceva Buffon, le génie n'est qu'une longue patience, quando sentii farsi attorno al mio raccoglimento operoso il silenzio nelle frivole voci delle più leggere e quotidiane popolarità e non mi vidi più per le vie segnato a dito e non mi vidi più nei grandi giornali paragonato ogni giorno a Dante od a Shakespeare, annunziai a tutti che il gran capolavoro era finito e diedi fuori, spacciandoli per l'opera lungamente pensata e lavorata, duemila versi qualunque buttati giù alla svelta in meno d'una settimana. Ma quand'ebbi tradito così tutto quello che avevo ricevuto in dono dalla Luna, l'amore, l'amicizia e la gloria, non potei più passare per i marciapiedi senza veder riflettersi negli specchi che li lastricavano non più la mia giubba candida tempestata di macchioline, ma addirittura una funebre casacca nera in cui di bianco non c'era più neanche un puntolino. Così mi ritrovò Madame la Lune quando, alcuni giorni dopo, essendo stata chiusa in casa e invisibile per un'eclissi, ricomparve ufficialmente nella sua reggia d'argento e mi mandò a chiamare. Non osavo apparirle davanti e sentivo che nella sua collera la mia ultima ora lunare sarebbe stata irremissibilmente segnata. Ma non s'alterò vedendomi nero a quel modo da capo ai piedi. Solo scosse melanconicamente la sua bella testa serena e mi disse così, senza severità: «Vedo che nel felice mondo della luna, non ostante tutto ciò che io ti ho consigliato, tu ti sei condotto non altrimenti da come, su la terra, gli uomini si conducevano verso di te. T'ho dato le tre grandi gioie del cuore, dello spirito e dell'intelligenza e tu ne hai fatto menzogna e mercato. Ma non poteva essere altrimenti. Non è tua colpa se, dopo le prime macchioline delle prime timide bugie, la tua bianca casacca s'è fatta nera come l'anima tua. Tu sei poeta, ma sei anche uomo, inguaribilmente uomo. Poeta tu desideri un bene, una verità, una felicità che poi, se ti son dati, tu uomo non sai vedere, non sai rispettare, non sai conservare. Quand'eri su la terra odiavi la menzogna, l'inganno, la frode, perchè menzogna e inganno e frode eran tramati dagli altri verso di te. Ma quando il tuo slancio ideale verso il sogno t'ha portato più su degli uomini, dove nessuno mentiva, nessuno ingannava, nessuno frodava, tu, che altro non sei che un uomo, hai mentito, hai ingannato, hai frodato, hai fatto nella luna, verso gli altri, quello che in terra ti doleva che gli altri potessero fare a te. Il male è nel tuo cuore, piccolo uomo che si veste di bianco, ma che è dentro di sè senza candore. L'illusione è dentro di te, poeta, l'illusione per cui follemente ti lamenti d'umane debolezze e d'umane viltà di cui tu sei quanto tutti gli altri capace. Che vuoi tu dunque da noi? Qui sono anime candide per cui purezza vuol dire diritto d'immortalità. La vostra vita umana è invece in un breve circolo di anni, impercettibile attimo nel tempo, inesorabilmente segnata. E nessuno di voi uomini è immortale perchè nessuno di voi, uomini, è degno d'immortalità. Anche qui, qualche volta, un'anima si perde. Tu ne hai perduta una: quella di colei con la quale hai tradito l'immenso amore che, per l'eternità, in una donna io t'avevo dato. Ma quando quassù un'anima si perde il lutto è così grande che una stella si spegne nel cielo e un mondo s'inabissa nell'infinito. Le stelle cadenti che voi uomini vedete solcare il cielo nelle notti d'estate altro non sono che anime perdute quassù e che precipitano in un'ultima luce per venire a perdersi nella vostra terrestre oscurità. Ritorna dunque, o piccolo poeta mortale, il cui ideale non ha luce più lunga e più forte di quella di una lucciola su la siepe, ritorna alla tua terra laggiù. Sopporta che gli altri ti mentiscano poichè tu sei pronto a mentir come loro. Soffri che gli altri ti ingannino, poichè tu, come loro, non sai vivere di verità. Accetta d'essere vittima della frode in attesa dell'ora propizia in cui sarai tu il frodatore. Vattene dunque, uomo. E dì al poeta che ha dato le ali alla tua fantasia per mandarti fin quassù, digli che è inutile chiedere come lui fece des ailes, des ailes, quando non potete servirvene per restare in alto. Quanto più in alto tu sali, o poeta, con le tue ali d'impossibile, più dall'alto cadi, tu uomo, quando il tuo peso mortale inesorabilmente ti condanna a ripiombare giù». Ciò detto la Luna fece un gesto e tutto si oscurò. Ed io mi ritrovai un istante dopo sul margine del firmamento, non più Pierrot bianco, non più Pierrot nero, ma col vestito da clown, a striscie bianche e nere, pagliaccio di due colori, mezzo ideale e mezzo realtà, poeta e uomo, da tutti diverso ed a tutti eguale. E vidi correre verso di me cento, duecento, mille donne, tutte quelle che avevo baciate, tutte quelle cui avevo mentito; e avevan tutte la faccia di Colombina quando ride e mi sfida. E gridavan tutte spingendomi verso l'abisso stellato: «Giù.... Giù.... Via di qua, uomo.... Torna da lei che ci vendicherà...». E in un'ultima risata di mille gole, nello spintone di duemila braccia, dal margine del firmamento ricaddi nell'abisso, traversai le stelle senza potermi più salvare aggrappandomi ai loro chiodi d'oro; e vidi sotto di me, precipitando, il minuscolo mondo crescere, crescere, crescere e farsi sempre più vicino, e più preciso, e vidi il mare e i monti, vidi le luci delle città e poi le città stesse, e poi le vie, e i palazzi, e le case, e le finestre, e il mio tetto e su questo un grottesco piccolo trampolino messo assieme con due povere tavole, miserabile tentativo fatto per sfuggire alla vita, agli uomini e a me stesso, trampolino su cui picchiai per rimbalzare e ricader fuori del cornicione, e rotolar giù lungo la parete della mia casa, e ripiombar giù nella strada piccola, buia, bagnata, fangosa e nell'urto formidabile svegliarmi, e trovarmi lì a terra, accoccolato vicino al muro, col mio vestito da Pierrot tutto pioggia e fango, col cielo sul capo, nella listarella azzurra che se ne vede tra le case in città, senza più nuvole tutto pieno di stelle. E la luna non era più che lì dentro — sola luna degna di me, di te, di Colombina, di tutti noi uomini e donne — la luna non era più che un dischetto bianco, grande quanto una fetta d'ananas, tremolante lì accanto a me nell'acqua piovana della pozzanghera.
III.
(Ora Pierrot, compiuto il suo racconto, si è abbandonato con le braccia e con la testa sul tavolino e, povero ragazzo deluso dal suo sogno prima ancora di viverlo o di tentare di viverlo, s'è lasciato andare alle sue lacrime e ai suoi singhiozzi. Piange, poverino, e si dispera da far pietà. Ma l'amico di Pierrot non si commuove. Non è un poeta, l'amico di Pierrot. È un uomo, semplicemente un uomo e gli uomini non hanno mai pietà per i poeti che invece son uomini disperati di non esser che uomini. Ma ora, d'improvviso, c'è un passettino su per la scala e una mano gratta leggera alla porta. L'amico di Pierrot ha imaginato chi può essere. E, infatti, levatosi, andato in punta di piedi alla porta ed apertala, si trova davanti timida, tra sorrisi e lacrime, con un fagottino sott'il braccio e una malinconia in cuore, Colombina che ritorna, con la pace di Quaresima, al suo poeta innamorato. E, di su la porta, Colombina vede pianger Pierrot che tutto sussulta nella sua giubba. Ha nella melanconia un sorriso di trionfo e interroga l'amico):
COLOMBINA
Poveretto!.... Piange per me?.... Ah, come lo adoro...