Quattro amici. I così detti «amici del dopo pranzo»... Fedeli. Devoti. Esclusivi. Sempre in lotta fra loro, ma sempre uniti nell'affetto di lei, nell'ammirazione delle sue virtù. Sono il farmacista della Collina Verde, il maestro di scuola, il vecchio conte Spada e don Giovannino. Tra i quattro il conte Spada e don Giovannino sono i più caratteristici: il conte Spada col suo tight eterno, con le sue uose bianche, la sua caramella, la sua cravatta girata e rigirata tre volte attorno all'altissimo ed immacolato colletto; Don Giovannino con le sue eleganze provinciali, coi vestiti ch'eran di buon taglio tre anni prima, con le cravatte dai colori sgargianti, le scarpe che accoppiano tra piede e gambaletto i più stridenti colori, un palmo di fazzoletto fuori del taschino, l'eterno fiore all'occhiello, la scriminatura diritta come un binario e certe cravattine papillons che sembran davvero farfalle tanti sono i colori che vi sfoggiano sopra. Il conte Spada, unico superstite di grande famiglia, rappresenta tutta l'aristocrazia della Collina Verde: aristocrazia senza un soldo, ma aristocrazia. Don Giovannino è della Collina Verde l'uomo fatale: don Giovanni di paese, migrante leggero ed inconcludente tra camerierine e contadinotte verso un'eterna conquista, ma don Giovanni, arbitro di tutte le eleganze, al corrente di tutte le mode, re dello chic su la piazzetta del paese.

Eccoli, dopo colazione, tutt'e quattro, a prendere, come sempre, il caffè in casa di Grazia e di Marcello. Ma che hanno oggi? Perchè sono tutti scuri in volto, ammusoniti, taciturni, scontrosi? Grazia interroga. Rispondono a monosillabi. Grazia guarda. Evitano il suo sguardo... C'è... c'è... che sono già tutt'e quattro maledettamente gelosi. Grazia ha annunziato l'arrivo di Claudio Arceri. E che viene a fare lassù? Perchè ha scelto proprio la Collina Verde per venire a lavorare? Quante altre migliaia di comuni ha l'Italia a disposizione dei grandi uomini in cerca di villeggiatura? Ora che il grand'uomo arriva accadrà quel che deve accadere: passeranno loro in seconda linea, saranno da Grazia trascurati, forse abbandonati... per lui...

Grazia, ridendo, s'è levata. Li vede lì, mortificati, imbronciati, ai quattro angoli della tavola da pranzo, col caffè che si fredda nelle tazze alle quali, per protesta, non hanno voluto neppure avvicinare le labbra. Grazia fa loro cenno di seguirla per passare nel salone dov'è il pianoforte. Vanno, come cani frustati. Grazia, questa volta, è crudele: anche Grazia è donna e non è perfetta. Li vede gelosi e si diverte a punzecchiarli. Ha preso gli spartiti delle opere di Claudio. Ha fatto prima vedere la fotografia del maestro, specialmente a don Giovannino... E poi ha esclamato, coi tre spartiti in mano levati in alto entusiasticamente:

— Che musica divina! Tre capolavori!

Il farmacista, che è melomane e ostinato suonatore di pianoforte, storce la bocca con aria di disprezzo. Grazia gli va sotto minacciandolo con gli spartiti e gridando;

— Capolavori, sì! E voi non capite niente...

È troppo. L'offesa li tocca tutti, ma per tutti si risente il farmacista che prende dalle mani di Grazia uno spartito e, apertolo a caso sul leggìo del pianoforte, esclama:

— Volete un saggio di questa famosa musica divina? Tappatevi le orecchie.

E siede al pianoforte e fa per suonare... Ma Grazia si slancia verso la vecchia spinetta, vi si appoggia e chiude su la tastiera il coperchio:

— No. Qui non si suona. Vi suonò per l'ultima volta mio padre, dieci anni fa.