Gitterovvele in fascio: io vi amo, son pazzo...
— Bei versi! dice Rosetta levando gli occhi dal libro.
— E che musica saprà farci Claudio Arceri! risponde Grazia chiudendo il poema ch'ella ha preso poco prima nella biblioteca.
E rimangon lì, le due fanciulle, a pensare, a ricordare... Rivedono la scena del balcone al terzo atto di Cirano così come la videro qualche anno prima, una sera, indimenticabile, in città: Rossana bianca sul balcone verde d'edera e fiorito, nell'ombra della notte tutta tremante di stelle; e sott'il balcone Cristiano, il bello, il felice, l'amato, che ripete le parole che Cirano, brutto, senza gioia, senza amore, gli suggerisce, nascosto sott'il portico. Ma Cristiano ode male, ripete male, va troppo piano per il torrente di parole che vien su, tumultuoso, dal cuore innamorato di Cirano. E, avvolto nel nero mantello, mascherando nella commozione la voce, Cirano parla direttamente a Rossana, le canta, le grida le sue grandi parole d'amore ch'ella deve creder quelle di Cristiano:
T'amo, soffoco, è troppo, non reggo più: siccome
Dentro un sonaglio, sta nel mio cuore il tuo nome,
E poi che senza posa l'anima mia vacilla,
Senza posa il sonaglio s'agita e il nome squilla.
E le due donne sono, come sempre, prese dalla disperata malinconia di questa scena in cui l'infelicissimo amante privato d'amore trova una disperata e tremenda voluttà nel dire nell'ombra, per un altro, le parole del suo folle amore, nel rinunziare, nel sacrificarsi così fino a far salire un altro a cogliere su le labbra dell'amata il bacio, il divino bacio che le sue parole han preparato...
Ma Grazia si riprende. Scuote il capo sorridendo, e la melanconia: