— A vestirci!

XV. PREPARATIVI.

Grazia mette una rosa nei suoi capelli e si guarda allo specchio: è carina, è molto carina. Ma non pensa solo a sè, Grazia. Pensa anche a Rosetta. E c'è una rosa anche per lei. C'è un po' di cipria anche per lei. C'è uno specchio per dire anche a lei che anche lei è carina, molto carina...

E ha l'aria di trovarsi molto carino anche Claudio Arceri, nella sua stanza da letto al Castello, se indugia così davanti allo specchio a fare impeccabilmente diritta la scriminatura, a rivedere il nodo della cravatta, a infilar nell'occhiello un gran garofano bianco e a metter nel fazzoletto due gocce d'ambra antica Coty.

E come si senton carini anche i quattro che, rivestiti a festa, tutti lustri e attillati, scendon giù per un vicolo del paese verso la villa di Grazia... Che palamidone ha il farmacista! E che panciotto di velluto a scacchi bianchi e neri ha tirato fuori il maestro di scuola! Le ghette e i guanti bianchi del conte Spada accecano per il loro splendore e don Giovannino ha messo fuori una cravatta scozzese che, per non innamorarsi a prima vista di lui e di lei, bisogna aver duro il cuore come un macigno...

XVI. L'INCONTRO.

Nel salone grande della casa di Grazia dov'è la vecchia spinetta tra vecchi quadri di famiglia e vecchi mobili che mai Grazia ha voluto cambiare — e sembra, ed è, infatti, un vecchio salotto del Cinquantanove — nel salone grande e scuro della casa di Grazia gli abiti chiari delle sue amichette mettono note di luce qua e là. Ogni tanto, azzurra o rosea, tutta tulle e nastrini, ne spunta un'altra su questa o quella porta. E sembran nella penombra grandi fiori rosei o celesti che sboccino, d'improvviso, su una porta, dietro una tenda, fra un mobile e l'altro, davanti a una consolle o sopra un canapè, qua e là...

Qua e là, da per tutto, corre Grazia che Rosetta serve e segue come il prete all'altare. Qua riordina, là spolvera... Metton dovunque fiori e fiori nei vasi...

— Hanno spogliato il giardino! dice a un gruppo di piccole amiche, sorridendo, Marcello, Marcello che domina il suo malessere per non turbare a Grazia l'ora di quell'arrivo che è una gran festa per lei...

Spolvera, spolvera, spolvera... Quanta polvere c'era e quanta ce n'è ancora... Ci vuole aiuto... E Grazia, quando i quattro amici in abito da cerimonia fan l'entrata solenne in processione, mette sùbito un bello scopettino nei guanti bianchi di don Giovannino e invita questi a spolverare, a spolverare lui la spinetta, mentre lei spolvererà lo consolle e Rosetta il canterano e le campane di cristallo.... Ma, oh Dio!, il domestico entra ed annunzia: «Claudio Arceri è arrivato». È come se fosse caduto il fulmine. Tutti son lì, immobili, in piedi, impietriti;... Nell'ansia Grazia ha dimenticato di togliersi il grembiulino e se ne accorge quando Claudio è già apparso su la porta e s'è inchinato davanti a lei... Mentre Claudio, nell'inchino, ha giù gli occhi al pavimento, fa a tempo Grazia a toglierselo, a chiuderlo in una mano, dietro il dorso. Claudio è venuto avanti. Come agita, Grazia, le mani dietro la schiena... È il momento di dar la mano al maestro. Ma in una ha il grembiule e nell'altra lo scopettino. Un grand'imbecille quel don Giovannino che è dietro di lei e non vede che bisogna toglierla d'impaccio! Non pensa, Grazia, alla cosa più semplice: buttar tutto per terra. Ma nella confusione accade sempre così: ci si impunta su un ostacolo e la soluzione più semplice ci sfugge. Ecco che Claudio le è davanti. Grazia s'è inchinata a sua volta. Ora è il caso di tirarsi su, di dargli la mano... Ma come fare? Quell'imbecille di don Giovannino... Si sente, Grazia, perduta... Ma miracolosamente, a tempo, due mani — quelle di don Giovannino diventato meno stupido? — le tolgono scopetta e grembiule ed ella, tirandosi su dal bell'inchino, può dare a Claudio la mano e dirgli commossa e col suo più bel sorriso: