— Inutile assicurarle, maestro, ch'ella ha qui tutt'un piccolo mondo d'ammiratori...
Claudio sorride: il sorriso solito per la solita frase udita mille e mille volte. E Grazia presenta: suo fratello, Rosetta, i suoi grandi amici — che stretta di mano stile Louis XV dà il conte Spada e che shake-hand da spezzare il braccio al maestro dà don Giovannino! — e, finalmente, le sue amiche. E, ad una ad una, le ragazze passan davanti al maestro con un piccolo goffo inchino che le fa diventar tutte rosse e poi si ritraggono e fanno qua e là, nel fondo in penombra della gran sala, gruppi chiari e chiacchierini che son per Claudio Arceri tutti sguardi e commenti.
E poi, appena Claudio è seduto accanto a Marcello che lo interroga sul suo lavoro e sui suoi propositi, le ragazze, chiamate da Grazia, vengono avanti e l'aiutano a servire il tè. In un angolo don Giovannino studia il maestro. Ora s'avvicina a tre ragazze che son rimaste lì ferme a guardare coi gomiti poggiati alla consolle. E chiede, in confidenza:
— Meglio di me il maestro? Osereste affermarlo?
Una risata delle ragazze gli risponde e rimane lì, come uno stupido, mentre le ragazze volan via anche loro verso il maestro, per servire i biscotti...
E don Giovannino si consola. Guarda il maestro, vestito semplicemente d'una giacca nera. E guarda, invece, il suo tight:
— Si fan forse le visite in giacca?... Ma bisogna compatirlo... Poverino! È un artista. E non conosce gli usi...
XVII. CAMPANE CHE ASPETTANO.
Come ogni sera a quell'ora, il vecchio amico del campanile aspetta Grazia lassù per suonare l'Ave Maria. Il sole è già laggiù, su l'orlo dell'orizzonte. Già non è più interamente un disco. E tra le grandi campane mute, brune sul cielo verdino, il campanaro attende. Guarda l'ora ogni due minuti. Per la prima volta quella sera Grazia è in ritardo... E guarda giù se Grazia venga... Guarda, aspetta... E le campane aspettano... E, il sole continua a calare laggiù, fra quelle nuvole rosse...