— E queste? ella chiede.
Come, prima che Claudio risponda, Rosetta, tutta rossa, abbassa il volto confusa e mortificata! È perfettamente inutile che il maestro spieghi:
— Son della signorina Rosetta...
.... Già Grazia, da quel rossore, dall'abbassarsi di quello sguardo sul tappeto, l'aveva capito... Lo sguardo di Grazia non s'abbassa come quello della sua amica. Fattosi oscuro e torbido riman lì, diritto, fermo. Rosetta se lo sente addosso senza vederlo e ne ha fastidio. Con un pretesto si allontana con Claudio verso il fondo della stanza dove son giornali e riviste appena arrivati con la posta. E Grazia, sempre fermo e diritto lo sguardo carico di nuvole nere, strappa non veduta qualche foglia al mazzo di rose bianche di Rosetta e le stritola, le stritola — come le stritola! — nelle sue piccole mani convulse...
Claudio prepara il tè, laggiù, in fondo. Rosetta, che è buona e che non ha nulla da rimproverarsi, si è riavvicinata a Grazia: timidamente le chiede che cosa abbia. Le risponde una spallucciata.
— Che ho? Nulla.
Non ha nulla. E ha tutto. Ha un turbamento profondo che non ha forma, che non ha nome ancora, ma che la lascia lì, imbronciata, cupa, senza farle trovare una sola parola da dire all'amica, che le stringe il cuore sino a farglielo così piccino che entrerebbe in un pugno. E rimangon lì, così, le due donne — così vicine e così divise — finchè Claudio s'accosta a loro recando due tazze di tè.
Ma passa ogni nube, tornano il volto e l'anima di Grazia a sorridere se Claudio, bevuto il tè, siede con le due fanciulle in un angolo del salotto e parla di sè, parla di sè a loro che bevono intente le sue parole, parla, come lui solo sa parlarne, dei suoi ricordi d'arte e dei suoi sogni di gloria.
XXV. QUANDO GRAZIA NON C'È...
— Chiudete le finestre. Ho freddo.