Si asciuga le lacrime, bacia i bambini e si leva. Tende una mano pietosa — carità d'un povero a un povero, carità anonima e sublime — al padre che piange e gli dice:

— Coraggio!

E il signore a lutto, il vedovo, stringe quella mano e vi depone un bacio. Scuote il capo come per dire che coraggio ne ha avuto tanto, che ora non ne ha più... E china ancora il volto nel fazzoletto che trema nella sua mano...

XXXIII. PICCOLA FELICITÀ DA SOLA.

Mentre Claudio lavorava Rosetta è entrata. S'è sùbito guardata attorno, cercando, stupita...

— E Grazia?

Claudio le ha teso la lettera di Grazia: costretta da un affare urgente a discendere in città non potrà quella mattina andarlo a salutare... Manda il solito augurio di buon lavoro... Tornerà, certamente, nel pomeriggio...

Rosetta ha pregato Claudio. Poichè ella è sola Claudio non le farà l'offesa di non suonare solo per lei la musica composta quella mattina... Come può Claudio dire di no?... Ed è al piano, e suona... E Rosetta l'ascolta, intenta... E la musica, quella musica, le par più bella perchè è suonata stamattina solamente per lei...

XXXIV. SOLITUDINE AL GIARDINO PUBBLICO.

Accanto alla stazione, nel giardino pubblico ov'ella attende il treno per ripartire, Grazia è seduta su una panchina. Attorno a lei è un andare e venire di gente al sole della bella mattina, è un correre e un gridare di bimbi felici. Due, tre volte gli occhi le si riempion di lacrime nel guardare quello spettacolo di serenità, quella lieta primavera dell'anno e della vita. Due, tre volte ha sollevato il fazzoletto ad asciugare con rapido pudore quelle sue lacrime pubbliche. Un bimbo, la cui palla è venuta a cadere presso Grazia, la vede asciugarsi le lacrime. La tira per la veste e le chiede: