XLVII. LONTANI, DIVISI... POCHI GIORNI DOPO.

— Che belle, che belle cose sa scrivermi... Leggi!

Sono nella casa di Rosetta, il cui balcone dà sul giardino e rievoca il balcone di Rossana tutto coperto com'è d'edera e di gelsomini. Seduta a terra su un cuscino, poco distante da Grazia, Rosetta leggeva una lettera, felice... E, trascinandosi a terra, ha portato a Grazia la lettera di Claudio affinchè la legga anche lei... Grazia ha respinto con la mano la lettera. Ma Rosetta insiste.

— Senti. Leggo io... «Le tue parole, Rosetta, son la rugiada del mattino sui fiori chiusi dell'anima mia. Tu sola, tu sola sai dire queste divine parole che aprono al cuore l'infinito del sogno. Per il bene che le tue parole fanno alla mia anima e al mio lavoro, che tu sii sempre, amatissima mia, fra tutte benedetta!...» Ah, è bello sentirsi dir queste cose, da lui... Ma mi sento tuttavia umiliata, scontenta... Io so amare, ma scrivere non so... E se tu non scrivessi per me....

Grazia, che non s'era mai mossa, toglie adesso dal seno una lettera già pronta:

— Tieni... Ecco la risposta. L'avevo già preparata... Puoi mandarla...

E si stringe fra le mani la testa di Rosetta, più che per abbracciarla, per nascondere il suo dolore agli occhi della fanciulla che, incuriositi e spauriti, la cercano...

Rosetta intanto ha preso le mani di Grazia por portarle alle sue labbra. E le dice, fra i baci:

— Tu, tu ci hai insegnato ad amarci... Tu, tu mi hai fatto amare da lui... Se tu non gli avessi detto per me tutto quel bene che io non riuscivo a fargli capire, io, poveretta, a quest'ora... Mi credeva una bimba... Ma tu gli hai detto: Badate. È una donna.

E Grazia, straziata ma eroica, si china su lei e le fa levare il volto per incontrarne gli occhi: