Che strazio nel cuore di Grazia sotto quelle parole, sotto la frustata di quelle parole che sono la verità e la sua condanna! Marcello le ha ripreso la mano e gliel'ha fatta riappoggiar su la fronte:
— Senti... senti come brucio...
Poi la trae tutta a sè, tenero e disperato, quasi chiedendole un miracoloso aiuto:
— Sorellina, sorellina mia... Abbi pietà...
E Grazia è a terra, stretta a lui, infinitamente stretta a lui, volto contro volto, affanno contro affanno...
LII. I PIFFERI DI GUASCOGNA.
In un angolo del giardino — al Padiglione ridotto a serra e quella sera a buffet — c'è un concertino di pifferi e di tamburi. Sono i pifferi e i tamburi dei Guasconi, le musiche del campo di Arras: canzoni dei paesi lontani, vecchi canti di Linguadoca, richiami di nostalgia, le più appassionate e commosse melodie escite dalla fantasia di Claudio. Ha voluto, Grazia, che quelle canzoni fossero eseguite quella sera così, in quella forma suggestiva, fra gli alberi, nella notte lunare, da quei Guasconi distesi a terra sui larghi mantelli, tutti attorno a Cirano...
LIII. IL SUO GRAND'UOMO...
E Claudio è lì, con Rosetta avvolta nel suo domino bianco, ad ascoltar quelle sue musiche ch'egli ama. E tutta la folla silenziosa, raccolta intorno, è presa da quel suono di pifferi e di tamburi, da quel canto di malinconia e di guerra. Claudio stesso sente, quella sera, come non sentì prima a tavolino, tutt'il misterioso e irresistibile potere di quei canti. E come si stringe, commossa, Rosetta al braccio di Claudio, com'è felice nel suo amore, come sarà bello divider tutta la vita con lui, esser partecipe di tutte le sue battaglie e d'ogni suo trionfo, com'è orgogliosa del suo grande artista ch'ella adora, del suo grand'uomo che l'adora!...