E le pare che dagli alberi, da tutti quei cipressi lì attorno, da quei pini laggiù, da dietro quelle siepi, da quei vasi di fiori escano, tutti bianchi, tutti rosei, tutti biondi, bambini, tanti bambini che vengono tutti verso di lei, che le si stringono tutti attorno...

— I bimbi... I bimbi che avrei voluti avere... I bimbi che avrei voluti amare...

E le pare di toccarli, le par di sentirseli attorno. Ha i riccioli d'oro nelle sue dita convulse e, nell'estasi suprema, il volto di Grazia s'illumina, si trasfigura, si fa divino. È la Sposa senza macchia, è la Madre bianca!

Ma anche quella visione è scomparsa... Come le batte il cuore e come è stretta, da una mano di ferro, lì, in mezzo al petto... Grazia con una mano saluta... L'altra l'ha lì, in mezzo al petto, a tentar di fermare quella mano di ferro che dentro le strappa il cuore e la vita... E, nel bianco cerchio delle suore che sempre più s'allarga attorno a lei, sotto gli alberi immensi, nell'infinito silenzio, il piccolo corpo nero della martire s'irrigidisce e, nell'ultimo spasimo contro il tronco dell'albero, resta fermo, già morto, un istante...

Poi, d'un tratto, di piombo, precipita.

La Duchessa delle Nebbie

PERSONAGGI.

La casa di un Poeta. È il crepuscolo. Su la tavola è accesa una luce rosea; è una damina del Settecento, un piccolo Sèvres delizioso che finisce al busto, dal quale discende una larga veste di seta rossa sotto cui la luce elettrica splende. È una lampadina elettrica originale, più che una lampada elettrica, una veilleuse bizzarra per le fantasticherie d'un poeta. Questi, che ha quarant'anni e tutta la malinconia dei quarant'anni, la malinconia della vecchiaia che non sa ancora sorridere perchè non ha saputo ancora dire addio alla giovinezza, è seduto alla scrivania, con i suoi capelli grigi, con la sua anima stanca, col suo sogno instancabile. È un poeta rinsavito; più che scrivere, sogna; più che far versi, cerca rime impossibili; più che sporcare altra carta, preferisce parlare lunghe ore con la damina rossa, con l'amica luminosa e silenziosa che sa ascoltarlo senza contraddirlo mai, col piccolo Sèvres dall'ampia gonna di seta che è accesa giorno e notte su la sua tavola e sul suo sogno. È, una volta di più il colloquio delle ore vuote, delle giornate grigie, delle malinconie indecise, delle rinunzie approssimative, delle rassegnazioni senza rassegnazione. Fuma e parla, il poeta, parla e fuma; e le sue parole vanno in fumo ancora più delle sue sigarette. Al piccolo Sèvres rosso e luminoso il fumo non dà noia: nè quello dei sogni nè quello delle sigarette. È abituata a vivere nella sua nebbiolina rosea e leggera giorno e notte, notte e giorno; ed è nebbia ella stessa. Il suo poeta, che è il suo innamorato, il suo innamorato che è il suo poeta, l'ha battezzata così: «la duchessa Aurora delle Nebbie» nell'Almanacco di Gotha del mondo delle fantasticherie. Aurora e Nebbia son le sue due poesie, la sua sola poesia; rossa splende come l'aurora di una realtà possibile; avvolta di sete e di veli disperde la sua luce nelle nebbie in cui si perdono e sfumano i bei sogni impossibili. È una donna solo a metà. Più giù del busto non è più che luce; più giù del cuore altro non è che fantasia.

IL POETA.