Senti? Piove ancora... È tutto il giorno che piove e noi le abbiamo sentite venir giù, tutto il giorno, io e te, la pioggia e la malinconia...

(Il domestico apre piano la porta. Entra. La sua mano gira rapidamente il commutatore elettrico per accendere le esili appliques rosee che sono attorno alle pareti coperte di damasco verde. Ma sùbito la voce del Poeta corregge il gesto brutale del domestico e fa tornare la penombra nella stanza e la Duchessa delle Nebbie a tutt'il suo splendore un attimo attenuati da una luce più pallida ma più sfacciata della sua).

No. Spegnete. Non c'è ancora bisogno d'altra luce. Non è ancora sera. E questa luce basta perchè possiate riaccendere il fuoco e distribuire i fiori nei vasi.

(Il domestico ha rispente le appliques rosee. Ora accende il fuoco nel caminetto. Poi distribuisce nei vasi, come luci nella penombra, le rose bianche che portava sul braccio. Si sente dal di fuori il ticchettio della pioggia sui cristalli della finestra, il rumore lento di una vettura, l'urto stonato di una tromba di automobile. Si sente da dentro il crepitìo delle fascine nel caminetto. E, quando il domestico ha finito ed è su la porta per uscire, il poeta avverte:

«Fate attenzione. Aspetto gente. Fra mezz'ora». E quando il domestico è uscito, il poeta guarda al suo polso sinistro il piccolo orologio d'oro e riprende a parlare con la Duchessa delle Nebbie:)

Abbiamo ancora mezz'ora per parlare e in mezz'ora si possono dire tante cose, o, almeno, quelle che dobbiamo dirci noi...

(Trae di tasca il portasigarette. Accende una sigaretta. Fuma....)

Ma, vedi, ho acceso un'altra sigaretta per prendere tempo, e per prendere coraggio, perchè non so da dove incominciare. È la sorte dei poeti, questa: poichè non sanno mai, coi loro versi, dove andranno a finire, non sanno mai, in prosa, trovare il principio... Ma io comincerò da un ricordo... Il ricordo della sera in cui ci siamo conosciuti, io e te, duchessa... Ero dal mio antiquario, a curiosare, a perdere tempo, in una sera di malinconia... Che malinconia, quella sera!... Una volta di più, due ore prima, una donna mi aveva mentito, un amore era caduto. Ed io cercavo di essere forte, di provare a me stesso che il disastro non era niente, che tutto era come prima, che la vita continuava tranquilla... Mi dicevo: “Lei non soffre... A quest'ora, mentre io non so dove andare, mentre io non so se camminare o star fermo, mentre io mi lascerei cadere a terra, qui, dove sono, come un animale ferito a morte, lei è dalla sua modista a provare cappellini, o dal suo coiffeur, i capelli sotto i ferri di monsieur Pierre, le unghie nelle mani di mademoiselle Rose e tutto il suo cuore lì, preso, come sempre, nella sua vanità e nel suo egoismo...„ E mi dicevo: “No, non devo soffrire neppure io...„ E avrei voluto anch'io una chioma da fare ondulare e biondeggiare, una mano, già curata, da far curare ancora... Ma dove sarebbe stato, in circostanze simili, il mio cuore? Io non ho vanità per occuparlo o egoismo per alimentarlo... Io amavo lei, per lei... Lei amava me, per sè... Ecco tutta la diversità fra noi, la causa dell'urto e della rottura e la spiegazione di tutta la sua serenità e di tutto il mio tormento... Rientrare a casa mi faceva paura... Ritrovarmi solo fra le cose solite... Ed entrai lì, dall'antiquario, sperando che le cose belle avrebbero potuto per qualche tempo allontanarmi dai miei pensieri cattivi... E lì, nella penombra di quello stanzone senza luce, appena rischiarato dai fiammiferi che l'antiquario accendeva per farmi vedere una vecchia portantina riverniciata e rifoderata di fresco, ti vidi lì, nell'angolo di un canterano, mezza schiacciata da un paraventino, addossata con le spalle al muro... Ti vidi così, piccolo Sèvres, con la tua veste rosea che nell'ombra era scura, mortificata, trascurata, dimenticata... E, al mio grido, l'antiquario ti prese, ti portò avanti, ti mise nel bel mezzo d'un tavolino di Bull, e portò sino al muro il lungo cordone rosso che usciva di sotto la tua sottana. Tu ti accendesti, duchessa. La tua veste scura fu un fiore roseo nell'ombra, ed io m'innamorai di te. M'innamorai di te, perdutamente, in un minuto e non ebbi pace finchè non ti ebbi sotto il braccio, tutt'avvolta di carta velina... E ti portai via, via, di corsa, verso casa, come se ti avessi rubata, come se ti avessi rapita... Proprio così... Non mi pareva di averti avuto dal mio antiquario per trecento lire, prezzo d'affezione... Mi pareva di averti avuta dopo un ratto, bene non mio, felicità proibita, sogno rubato... E, a casa, nella mia casa vuota che tu rallegrasti, che tu popolasti, ti diedi il posto d'onore, ti fissai con due chiodi, due chiodi d'oro, duchessa, nascosti sotto la veste di seta, qui sull'angolo del mio tavolino, e ti accesi... E fosti ancora un fiore di luce rossa nella mia ombra e nella mia solitudine... E fin da quella sera io cominciai con te, Duchessa, un interminabile colloquio: l'infinito, l'intraducibile colloquio che solo può svolgersi fra un poeta pieno di malinconia e una damina di porcellana che è tutta leggiadria e poesia, donna, sia pur donna di Sèvres, dal cuore in su, seta e luce e sogno, dal cuore in giù... Quale buon Dio, quale Dio bonario della consolazione e della pietà, ti mandò sulla mia strada e nella mia casa, bambola di luce, donna di sogno, realtà irreale, proprio quella sera, mentre pioveva come adesso, mentre ero solo, come adesso, mentre tutto il mio cuore piangeva perchè una donna da cui mi ero creduto tanto amato aveva fatto male a quel mio cuore una volta di più?... Il sogno, con te, mi guarì della realtà.... Poichè un'amante mi aveva tradito, io ti elessi mia amante fedele, fedele come solo il sogno sa essere, come le donne essere non sanno, non vogliono e non possono... E ti battezzai quella sera, nella mia prima follia per te... Duchessa eri nella fierezza del tuo portamento e nella nobiltà del tuo profilo... E poichè uscivi dalle nebbie della mia malinconia fosti Duchessa delle Nebbie... E, poichè t'accendesti rosea nella mia notte, come un'aurora, fosti così, per l'araldica della mia fantasia e nello stato civile del mio cuore, la Duchessa Aurora delle Nebbie.

(Accende il poeta un'altra sigaretta... A cominciare è riuscito... Concludere gli è più difficile e quello che ha detto fa più arduo e penoso ancora, per lui, quello che dovrà dire.... Ma, pavido della scintilla, si getta poi d'improvviso nel fuoco come fanno i pazzi, i timidi e i poeti:)

Ti chiesi, duchessa, fedeltà. Ti promisi, duchessa, fedeltà. Ma è instabile, cara, il cuore dell'uomo anche se stabile è la sua coscienza. Continua, quando la vita è ferma, il nostro sogno a camminare. Se ferma è la stella nel cielo e fermo è il nostro sguardo, su lei gira il mondo sotto i nostri piedi par che giri la volta del cielo sul nostro sogno. Per seguire, sempre fedeli, la nostra stella, noi dovremmo poter evadere dalla nostra schiavitù umana, sollevarci dalla legge che ci tiene inchiodati al suolo e poter seguire la stella là dove sembra che la stella, al finir della notte, sia andata, e poter essere là nell'alto emisfero venuto al posto del nostro: là dove un altro poeta un altro innamorato possono ancora mirarla, e non noi. Vicenda di sogno e di realtà, vicenda di sole e di stelle, di luce e d'ombra, muoversi incessante del nostro mondo senza che noi lo si avverta, fissità dei sogni, immobilità delle stelle nel cielo che pare a noi movimento. Anche per me, e per te, duchessa, il mondo ha girato intorno al suo asse. Anche per noi, fidanzati ed amanti in una notte, il giorno, nell'incessante ritorno, è ora venuto. Dalle tue rosee nebbie notturne, duchessa, è uscita l'aurora; ma quest'aurora non è per te.... In quest'aurora che da te nasce tu muori, nella tua fiamma ti bruci, nella tua luce ti spegni. Il sogno d'amore chiuso in te si fa realtà in una donna. Questa donna è qui. Muove, in quest'ora, verso la mia casa. Ha, mi sembra, tutte le bellezze e tutte le bontà che io ho sognate in te. Ma non le porta, bellezze e virtù, come te, nella nebbia losca della tua sottana di luce, del tuo corpo incorporeo. Questa donna le ha vive nella sua realtà, nel suono della sua voce, nel correre del suo sangue, nel fremere dei suoi nervi, in tutta la sua umana e vivente verità. Non è, questa donna che sta per venire, non è, come te, fantasticheria di bene, sogno di felicità, illusione d'amore. È vivo, reale, tangibile, l'amore che ritorna alla mia casa, per il mio cuore e per la mia carne... E viene come già tante volte è venuto: una carrozza che s'avvicina nella via silenziosa e sonora, un passo rapido e frusciante su per le scale e qui lo stesso caminetto che l'aspetta le stesse rose per farle festa. Entrerà fra poco, il mio amore nuovo, come entrarono, un tempo, tutti gli altri... Ma non è, questo, come gli altri... È l'amore perfetto, è l'amore ideale, è l'amore sogno che tu, duchessa, nelle tue nebbie, con la tua aurora, mi hai fatto sognare... È, finalmente, l'illusione che si fa realtà, è l'impossibile che si fa possibile, è la donna che in tutte le altre, attraverso il dolore, ho follemente cercata, è l'anima che disperatamente chiedevo, è l'anima che un clemente destino inaspettatamente mi manda.... Ma sogno e realtà non possono vivere insieme in due diverse forme; e se colei che sta per entrare in questa stanza è insieme, miracolosamente, realtà e sogno, tu che fosti sogno solamente non puoi rimanere accesa sull'angolo di questa tavola. Mai ti spensi, duchessa, giorno e notte, da quella sera di malinconia in cui tu entrasti qui per la prima volta. Ma ora ti spengo, duchessa, amica sognata, amante impossibile, felicità di nebbia, ora ti spengo in questa sera di gioia in cui tutto il mio cuore aspetta, divinamente sgomento, l'Amore. Addio, duchessa, e addio per sempre. Il tuo poeta uccide la tua vita illusoria e spegne la tua luce poichè la tua luce di sogno s'è, per prodigio, accesa nel cuore di un'unica, e incomparabile donna...