(E il poeta, tremando la sua mano, ha spenta la duchessa luminosa. E la carrozza rotola nella via silenziosa e sonora. E il passo rapido e frusciante è su per le scale. E il caminetto attende crepitando tra scintille e brontolii... E le rose son lì per far festa... Festa a colei che entra, avvolta nei veli, tremante di commozione, per portare l'amore... E ora il poeta ha acceso le appliques rosee sul damasco verde per vedere nel volto pallido e smarrito la sua bella realtà vivente, l'amore divino che il poeta stringe fra le braccia, folle di meraviglia, per poter morire un giorno senza dire d'aver vissuto invano. Ma la donna si scioglie dalle braccia impazienti. C'è un cantuccio di tepore in quelle due poltrone accanto al fuoco. E la donna vi si rifugia per scaldarsi. E nell'altra poltrona, il poeta aspetta che dal rogo del pudore la fiamma immensa dell'immenso amore divampi. Così, nell'attesa dei due calori, freddamente le parole parlano).

IL POETA.

Tutto il giorno e tutta la vita vi ho attesa. Altre volte una donna è entrata, così, nella mia casa e nel mio cuore... E fu, come per voi tutta una illuminazione... Ma la fiamma, in breve, ogni volta si spense: vanità, interesse, menzogne, orgoglio, i quattro orrendi e viscidi tentacoli dell'anima umana vennero a cercare nel mio cuore il sogno, lo ghermirono, lo soffocarono, lo stritolarono, me lo lasciarono in cuore, peso morto, pietà schiacciante... Vanità che fai di un essere umano nato per amare altrui ed essere dagli altri amato un mostruoso egoismo attorcigliato su sè stesso e che ama solo sè stesso; interesse che fai nel cuore umano delle cupidigie il solo palpito e della sopraffazione la sola legge; menzogna che ti annidi negli occhi più puri, nelle parole più chiare, nei sentimenti più alti e fai che, dietro ogni fronte che tu adorni di tutte le speranze di tutte le fiducie, tu senta il dubbio tormentoso di tutte le frodi, e di tutti gli inganni e per cui quando tu più credi che un'anima è tua più quest'anima può essere, ferocemente e silenziosamente, contro di te. Orgoglio, infermità dell'anima d'ogni altra più grande, orgoglio che fai il cuore cieco a ogni luce, sordo a ogni suono e che dove tu attendi un'anima pietosa ti fa trovare un'anima implacabile, orgoglio che, per non piegare, fa un nemico del cuore più amico e maschera nella beffa di un riso il più disperato desiderio di pianto... Venti volte ho sognato l'amore ed ho creduto di stringerlo fra le mie braccia!... in due occhi in cui i miei occhi si specchiavano, in due mani che s'allacciavano intrecciandosi alle mie, in un respiro che col mio si mescolava e faceva un respiro solo. E venti volte vanità, interesse, menzogna, orgoglio hanno svegliato il mio sogno e dalla volta del Cielo stellato mi hanno inabissato in una fogna... venti volte quando più credevo d'essere lo scultore dio che aveva dato vita alla sua statua perfetta mi destavo stringendo nelle mani una bambola vuota, un sogno di cartapesta. Ma questa volta, no. L'anima tutta si riaccende nella certezza sublime che il miracolo si compia e che questo è finalmente e veramente l'amore. L'uomo, che ha tutti i peccati, tutte le miserie e tutte le vergogne, ha però un potere d'illusione e di speranza più grande e più intiero di quello ch'è nel cuore di una donna. Nel giuramento d'eternità dell'uomo c'è almeno l'illusione di credere, un istante, l'eternità possibile. L'uomo più malvagio più bugiardo, più mutevole ha, per un istante, veramente e interamente amato, ha nell'amore annullato sè stesso. Mille e tre volte il sogno di Don Giovanni è, — per un istante verità, — rinato dalle sue ceneri bugiarde. C'è l'anima di Romeo in fondo alla curiosità di Lauzun! “Non si scherza con l'amore„ è il grido d'un uomo che l'amore ha ferito a morte. Ma quale di voi, donne, non ha con l'amore scherzato, quale di voi, donne, non ha nascosto il pugnale sotto il merletto, il nostro pianto sotto il suo sorriso? Ah, dove sei tu, donna che, senza vanità, senza menzogna, senza orgoglio, vieni incontro all'amore per amare e non per essere amata, per dare divinamente e non per ricevere, per sacrificarti e non per sacrificare? Donna, la tua debolezza è sapiente! Uomo, la tua forza è ingenua! Nel duello quando tu, uomo, più scopri il tuo petto, tu, donna, più nascondi il tuo cuore. Ti dice, donna, il tuo specchio ogni mattina, che tu sei nata per essere amata. Come ti possono vanità e orgoglio permettere d'amare semplicemente, di farti vittima se sei nata carnefice, di farti schiava se la bellezza ti fa padrona? Amare, amare... Annullarsi nell'essere amato, vivere della sua vita e non della nostra, offrire e non chiedere, sacrificare, rinunziare, dare, dare, dare, unicamente, esclusivamente, follemente e disperatamente dare; veder nell'altro essere tutte le gioie, tener per sè tutto il dolore, strappar col nostro sangue tutte le spine per offrire la rosa senza ferita, questo è l'amore! Sentire d'aver vissuto invano, di non avere anzi vissuto, tutti i giorni trascorsi prima d'incontrare l'essere amato, vedere orribilmente vuoti i giorni che dovranno trascorrere se mai l'essere amato dovrà uscire dalla nostra vita, e viver la vita giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, sventurata o felice a seconda che pena o sorriso son negli occhi di un'altra creatura, specchio in cui la nostra anima riconosce solamente la sua immagine: — questo è l'amore! Non aver volontà se un'altra volontà comanda, non avere ambizione se un'altra ambizione governa, non aver orgoglio e piegarsi se una mano ci piega, non aver desiderio che non sia desiderio dell'altro essere, gioire sino alla follia per un suo sorriso, spasimare fino al delirio per una sua lacrima, sentire che mai vivremmo così intensamente come se ci fosse dato di morire per assicurare all'altro essere un attimo di vita di più: — questo è l'amore! Riconoscere il mondo che già conoscemmo e trovargli un altro volto sol perchè un altro essere è accanto a noi, amar tutti gli esseri sol perchè c'illudiamo che un altro essere umano ami noi, far di tutto una speranza e di tutto un tormento, sentir la nostra vita chiusa nel cerchio d'un respiro e veder immenso il nostro orizzonte, guardarsi attorno stupiti e nulla più riconoscere di quanto fu nostro e ci piacque, giungere a illudersi di poter parlare con Dio senza chiedergli nulla per noi e tutto per un altro: — questo è l'amore! Amare una strada sol perchè vi passammo con lei, detestare un'altra strada sol perchè lei, un giorno, vi passò con un altro, veder dovunque nel passato, nel presente, nell'avvenire, fantasmi che ci minacciano e di nulla temere, e credere l'incredibile, e voler possibile l'impossibile, e sentir finito l'infinito, fermarsi a pensare al modo di staccare una stella dal cielo se il capriccio di lei vi chiede una stella, illudersi di poter anche fermare il sole se alla malinconia di lei quel giorno il riso d'oro del sole dà noia, sentir la nostra mano piccola tanto grande da poter ghermire il mondo, come un fiore, per offrirglielo: — questo è l'amore! Questo, questo è l'amore, e tutto quello che è grande, che è bello, che è pazzo, tutto quello che difficile per noi ci par facile per un'altra creatura, tutto quello che per noi impossibile ci par per un'altra possibile. E abolire il tempo e lo spazio, il passato e il futuro, e far dell'istante l'eternità e dell'eternità l'istante, sentirsi, misero uomo, invisibile molecola terrestre, più onnipotente di Dio; vivere in una divina libertà che è una divina schiavitù, darsi legato in braccio al destino per dirgli di portarci dove porta lei, girare tutto il mondo intero non muovendosi da vicino a lei, salir sin negli spazii infiniti rimanendo ai suoi piedi, veder dovunque un volto e non altro, nell'acqua, nel cielo, nell'erba che spunta e nella stella che s'accende, nel fiore che s'apre e nella nuvola che passa, far del sole un suo gioiello e della costellazione un suo monile, della tempesta dell'aria il suo tormento, e dell'oceano azzurro la sua pace: questo, questo, questo è l'amore! Amare, amare così, solo sogno che avvicina l'uomo a Dio, divina follia e sola bellezza di vivere, esaltazione di tutto l'essere in un altro e, quando a questa follia l'altra follia risponda, divina comunione, unità in due corpi, ebrezza di vivere in due vite fatta una tutta la vita, sola illusione possibile d'immortalità, solo possibile anelito umano verso la divinità... Che siamo? Due miseri esseri umani, schiavi delle loro miserie, complicato e insieme elementare congegno di sangue e di nervi, inchiodati alla terra, condannati a vedere il cielo senza poterlo toccare, sangue terrestre che il soffio di Dio ha animato senza farlo divino, poveri corpi schiavi delle più umili necessità, animali che ogni giorno si nutrono e si vuotano per tornare a nutrirsi domani nel più umile e brutale istinto di vivere, un maschio e una femmina, una donna e un uomo, pari ad altri milioni di uomini, pari ad altri milioni di donne, perduti, confusi, sommersi nell'immenso gregge tutto eguale in marcia per un inutile cammino verso un destino sconosciuto, condannati a cadere d'un tratto, ai margini della strada, senza saper quando e senza sapere perchè. Ma se l'amore tocca e avvicina due di questi esseri, due di queste pecore che van fra le pecore, se amore scalda e illumina del medesimo calore e della medesima luce due di queste anime e due di questi corpi, il miracolo si compie, il soffio di Dio è nel bacio degli amanti e ognuno mette nell'anima dell'altro e il sogno e il potere delle divinità. E i corpi si staccano dalla loro crocifissione terrestre, e le anime si trasfigurano, e l'uomo e la donna, non più umani, si elevano, s'innalzano, nell'amplesso felice e completo, su nell'azzurro dei cieli verso Dio che guarda geloso coloro che seppero nel prodigio strappargli il mistero della sua onnipotenza. Questo, questo, o donna unica della mia vita, questo è l'amore che io offro, questo è l'amore che io vi chiedo.

LA DONNA.

Vecchio fanciullo di quarant'anni che parli d'eternità ed hai già grigie le tempie e carico il sangue di veleni che il tuo corpo, non più giovane, non può già più bruciare, vecchio fanciullo poeta, il tuo sogno è bello e tu canti con tanto fervore e da tanto tempo la tua bugiarda canzone che hai finito per crederla vera. Ma questo tuo amore d'angeli umani, questo tuo amore che riconosce il fango terrestre sol per soffiarvi dentro lo spirito della divinità, non è quello che altre donne ti han dato e non è quello che io posso darti. Vanità, interesse, menzogna, orgoglio, quattro viscidi tentacoli che tengon legata alla terra l'anima umana assetata d'amore e le impediscono di levarsi su negli spazi infiniti. Così tu hai detto. Ma è forse in tuo potere distruggere questi tentacoli che sono il peso e la condanna delle creature umane, le sue armi d'offesa e di difesa, le forze con cui si muove su la terra poichè Dio volle darle le pupille levate in alto per guardare il cielo ma non le ali per salirvi, librarvisi e purificarvisi? Come vuoi tu che io mi liberi, per il tuo amore, dalle mie vanità se ogni giorno ho davanti a me lo specchio per ammirarmi, se ogni giorno ho da lui parole così lusinghevoli che nessun amante saprà mai dirmi più ardenti e più persuasive, se ad ogni ora il desiderio degli uomini che passano accanto a me mette su la mia strada la lode e l'esaltazione?

Tu mi vuoi bella ma vuoi che io non mi sacrifichi alla mia bellezza, tu mi vuoi di tutte più bella ma non vuoi, che io tragga da questo trionfo una ragione d'egoismo, il senso esaltato od esasperato della mia persona. Tu vuoi la fiamma senza la luce, tu vuoi il calore senza il fuoco, tu vuoi la bellezza senza la gloria d'essere bella. Tu vuoi, poeta, l'impossibile. E tu rimproveri all'amore l'interesse, che lo ispira e lo dirige, tu, tu rimproveri all'essere umano d'ubbidire al suo primo istinto che è quello di difendersi, di conservarsi, di esaltarsi nel sacrificio altrui invece che di diminuirsi nel proprio sacrificio. Tu concepisci un amore disinteressato, mortificato e rinunciatario in cui la creatura umana porti una fede altruistica d'apostolo e uno spirito eroico di martire. No. La creatura umana chiede all'amore gioia, pienezza di vita, voluttà di essere. Chiede questo per sè per il suo bisogno, e all'altro concede di dividere sol quanto ella possegga. E tu rimproveri all'amore la menzogna perchè l'amore vive di menzogna. Ma sei tu certo che non gli rimprovereresti la verità se fosse possibile all'amore vivere di verità? Se tu mi rimproveri di dirti che ti amo nell'ora in cui non ti amo, mi concederesti tu di dirti che non ti amo? Ammetteresti tu di poter amare da solo? Vorresti avere tu la coscienza di dare senza ricevere? Quando tu mi guardi negli occhi per trovarmici l'anima non chiedi tu, disperatamente, ad ogni costo, la mia menzogna con i tuoi occhi che implorano l'illusione, con la tua voce che trema per paura della verità? E se io finisco d'amarti quando tu mi ami ancora sei tu pronto ad ammettere l'iniquità di questo diverso destino o non pretendi piuttosto che il mio cuore simuli di risponderti ancora quando non ti risponde già più? Sì. Tu mi hai fatto giurare, una sera, che se un giorno finirò d'amarti quando tu mi amerai ancora io avrò il coraggio di dirti la verità, di spezzare la tua infelice illusione. Ma tu accettavi quella sera un dolore che speravi, che contavi di vederti risparmiato; tu parlavi di morte dell'amore, quella sera, quando tu credevi il mio ed il tuo amore immortali; tu parlavi di morte come di morte parlano i giovani: cioè come d'una spada sospesa non sul loro capo ma sul capo degli altri. E tu mi rimproveri l'orgoglio. E in che soffri tu, se non sul tuo orgoglio, quando tu rimproveri a me il mio gesto o la mia parola orgogliosi? Contro il mio orgoglio che ti domina non è forse orgoglio la tua umiltà mistificata? Non vorresti tu strapparmi dalle mani lo scettro per esser tu ad imperare? Non vorresti tu non essere sopraffatto per poter liberamente, a tua volta, sopraffarmi? Pretende mai qualcuno che altri liberi un trono per lasciarlo vuoto? Tu ti proclami schiavo di me e l'esercizio del tuo governo ti spiace? E a che altro tende la tua simulata schiavitù se non a far me schiava per poter tu governare? Se tu non fossi come me fiero di te stesso perchè mi rimprovereresti la mia fierezza? Se tu non fossi come me intransigente in che ti dorrebbe la mia intransigenza? E ti farebbe soffrire la mia implacabilità nel mio orgoglio se tu non fossi come me, nel tuo orgoglio implacabile? Tra due amanti quello che rimprovera nell'altro il suo orgoglio, quello che non può esercitare il suo, poichè solo l'orgoglio può riconoscere l'orgoglio. Solo il desiderio d'opprimere può riconoscere l'oppressione. Che chiedi tu dunque, o poeta, a me donna, a me essere umano? Chiedi a me altro, forse, che non essere quello che tu sei? Mi rimproveri altri mali forse, che non siano i tuoi stessi mali? Pazzo poeta d'una tortura che è in te che tu vuoi far essere in me, fantastico creatore d'una felicità impossibile in un impossibile unità d'un dualismo, vuoi tu che io donna non sia donna, che io essere umano non sia umano? Vuoi tu che io senz'ali voli, che io, condannata alla terra, non tocchi terra? Ma apri gli occhi, vecchio fanciullo, guardati attorno e vedi più in là del cerchio luminoso del tuo sogno che t'acceca, col suo folle splendore, ogni altra vista. Guarda l'amore e la gioia dell'amore così come sono nel mondo che ti circonda e non fra gli angeli che ti sovrastano. Riconosci all'amore così com'è una grande nobiltà nel solo desiderio di un'elevazione che l'inguaribile peso umano fa impossibile. Riconosci che è già bello che l'amore sia sogno anche se non può mai essere altro che sogno.

(La donna ha parlato. Il poeta l'ha ascoltata in silenzio, senza interromperla. A mano a mano i suoi occhi socchiusi alle prime parole, si sono aperti, sempre più, come se riconoscesse quell'interlocutrice ch'egli riconosceva per la prima volta. Aspettava da lei nuova, una parola nuova. E son venute da lei, ch'ei credeva diversa da tutte le altre, le parole già dette da tutte le altre. Ed ora, quand'ella ha finito, mentre nell'ombra della stanza trema rossa e gialla la fiamma del camino e nel suo silenzio scoppietta ardendo la legna, il Poeta abbassa a terra lo sguardo, apre in un gesto desolato le braccia).

IL POETA.

Ma io ti chiedevo, o donna nuova che sembravi da tutte le altre diversa, donna apparsa nella mia vita come un ultimo sole quando il mio destino è per entrare nel crepuscolo dell'eterna notte, io ti chiedevo un sogno che potesse durare come sogno fino al punto di credere che il sogno fosse diventato realtà. Ci son due modi perchè il sogno sia raggiunto: trasformare il sogno nella realtà o prolungare tanto il sogno ed il sonno che la realtà non possa più venire a destarci. Tu mi parli, invece, quello che tutte le altre mi hanno parlato: un sogno a scadenza, un sogno che già prevede il risveglio, l'illusione dorata o fantastica d'una notte di più. No, no, no... Io ho paura oramai, tremendamente paura delle mattine in cui ci si risveglia nella miseria dopo il sonno dorato, non voglio più che una donna mi ponga per un solo e breve sogno tra le sue braccia per farmi credere come il calzolaio ubriaco di Shakespeare. No. Se sognar per sempre non è possibile, meglio è rimanere in questo mio melanconico dormiveglia sentimentale, in questa penombra e in questa solitudine, chiusa la porta sul ricordo di quelle che se ne sono andate, chiuse le finestre alla curiosità di quelle che potrebbero per la mia strada passare. Che vuoi tu che m'importi di una notte d'amore, d'una notte di sogno di più. Io ne ebbi già mille. Mille sogni ho già avuti ridotti in un mucchietto di cenere più piccolo di quello che la brace spegnendosi fa in questo camino che t'illumina nella tua inutile bellezza... Va. Ritorna fra gli uomini che possono contentarsi della tua breve offerta, della tua caduca felicità. E lascia qui, solo, silenzioso, me poeta di un impossibile che se fosse stato possibile mi avrebbe fatto maledir la vecchiaia mentre adesso, invece, mi è così dolce invecchiare, sentir il cuore che si raffredda e si spegne ogni giorno di più. No.... Non parlare. So quello che tu vuoi dirmi. Vuoi dirmi che mio è il torto di non saper cogliere, nelle ore che fuggono, una felicità passeggiera, di non sapermi accontentare, io, uomo, della ricchezza degli uomini, ma di pretendere, poeta, la ricchezza d'un Dio. So tutto questo. Ma mille volte, una sera, mi sono accontentato e mille volte al mattino, ho pagato con la mia disperazione l'errore di aver accettato la mediocrità. Mille volte, accendendo la sera accanto a un volto di donna, la lampada d'una nuova illusione, ho trovato al mattino, quando la lampada si è spenta, più squallido il giorno, più stupida e vuota l'immensa faccia gialla del sole. Mille volte la mia canzone d'amore cantata alla sera, quando l'immenso silenzio della notte favorisce l'illusione che il destino possa esser chiuso in una stanza e in un cuore, mi ha fatto sentire più sciaguratamente desolate le mie mattine e i miei risvegli senza musica. Mille volte il giuramento d'eternità che l'amore bugiardo sospira mi ha fatto sentire più disperata la vanità dell'ora che fugge. Vattene, te ne prego. E richiudi, per sempre, la porta. Offri ad altri uomini meno assetati e meno affamati di me, la tua scarsa bevanda e il tuo tozzo di pane. Porta ad altri il tuo amore terrestre fra un cappello nuovo e una bugia vecchia, fra uno specchio e un egoismo, un orologio che tu guardi e un'eternità che prometti e in cui non credi. Vattene, donna, fra le altre donne. E chiudi la porta, chiudi per sempre, la porta. È inutile che altre vengano se anche tu sei venuta invano. Ti sono solamente grato di aver parlato come le altre non parlano, d'esserti fatta riconoscere quando io credevo di non averti conosciuta mai. Se è più grande per te, la mia melanconia, tu non mi hai dato, mia sola amica, dolore. Vattene. E chiudi la porta, chiudi, per sempre la porta. Io resto qui, vecchio fanciullo, poeta dell'impossibile, a cantare a me stesso, solo a me stesso, la mia canzone bugiarda, la canzone della verità.

(E la donna è uscita. Ha piano piano richiuso la porta, richiuso per sempre la porta. E il poeta si leva dalla sua poltrona, traversa nella penombra la stanza, risiede alla sua grande tavola. Va la sua mano tremante alla seta e ai merletti della lampadina elettrica. Cerca una piccola chiave. E di nuovo la Duchessa delle Nebbie, spenta poco prima per sempre, risplende nella sua nuvola rossa. E di nuovo il poeta, che poco prima le aveva detto addio per sempre, torna teneramente a parlarle).