«Lelio era Barone di Pomarico e Signore di Montescaglioso. Pretendendo di essere l'erede della madre si trovò involto in molte liti, per cui viveva in Roma. Clemente VIII profittò dell'opera sua mandandolo al Gran Duca Ferdinando nel 1593, onde comporre le controversie col fratello D. Pietro de' Medici. Tornato a casa e trovatosi nello Stato di Bisignano, ebbe parecchi incontri coi malviventi che infestavano que' luoghi e che furono da esso sempre con felice successo sconfitti. Ciò attrasse l'attenzione del Vicerè Conte di Benevento (int. Benavente), che lo nominò volentieri preside della Calabria nel 1603. Ma dopo tre mesi, assalito dalla podagra in Cosenza, morì. Dicono che morisse di veleno procuratogli da mano ignota, che vuol dire procuratogli dagli spagnuoli, mentre era a parte de' disegni di Tommaso Campanella di formare una repubblica delle Calabrie di cui forse Lelio doveva esser capo. Maritato a Beatrice di Flaminio Orsini suo zio, vedova di Camillo Caracciolo Principe di Avellino». — Le inesattezze, come si vede, son parecchie; c'è inoltre una nuova versione de' fatti del Campanella in Calabria inammissibile sotto tutti gli aspetti. Cominciando dal giustificare dapprima i fatti da noi asserti, diciamo che le qualità di clerico e di cameriere segreto del Papa datesi da D. Lelio si trovano registrate nell'Arch. di Napoli Partium vol. 1196 an. 1591; la qualità di Domicello Romano nell'Arch. Mediceo, sentenza assolutoria stampata, emessa dal Nunzio di Nap. Mons. Malaspina Vescovo di Sansevero in data 3 10bre 1591, Notizie di Napoli et Sicilia filz. 4143; e ben si vede che trattasi qui di ripieghi per esimersi dalla giurisdizione ordinaria, e rimane fermo che nel 1591 D. Lelio stava nel Regno, dove stava pure nel 1580 come si rileva da una sua lettera autografa al Duca di Urbino, esistente nell'Arch. d'Urbino, Napoli diversi filz. 202 lett. del 16 aprile 1580. Per la qualità di cittadino napoletano nato in Napoli, ved. Partium vol. 1285, an. 1593; pel suo ritorno da Roma a Napoli in 10bre 1594 ib. vol. 1359, an. 1595; la missione affidatagli dal Papa presso il Gran Duca di Toscana, durante la sua permanenza di 3 anni in Roma, dal 1592 al 1594, è accertata anche da una lett. di Giulio Battaglino del 26 9bre 1593, esistente nell'Arch. Mediceo filz. 4084. Per le sue relazioni col P.pe di Bisignano e le sue liti di successione si citeranno i documenti più in là. Pe' suoi interessi in Napoli si potrebbero citare moltissime scritture, comprese le Cedole di Tesoreria, vol. 424, fol. 102 e 705; per l'eredità degli erbaggi di Pomarico e Montescaglioso avuta da D.a Maria Orsini nel 1596 ved. Banchieri antichi, banc. Gentili anno 1592-99 fol. 69 e 101, ed anche 88, come pure Partium vol. 1388 etc. etc. Aggiungiamo che tornato da Roma a Napoli, dal 1595 in poi, vi rimase fino all'agosto del 1598: nel 1597 si adoperò assai ma inutilmente a favore della banda dello sciagurato Virginio Orsini presa nel Regno dal Governo Vicereale, e solo in agosto 1598, a causa delle sue liti, andò momentaneamente a Madrid essendo allora Eletto del Seggio di Nido, come ci risulta dal Carteggio del Residente Veneto esistente nell'Arch. de' Frari, lett. di Napoli del 2 10bre 1597, e del 1.º 7bre e 27 8bre 1598. Ma già prima che finisse il 1599 era tornato a Napoli, come ci risulta da due sue lettere al Gran Duca di Toscana del 22 9bre e 17 10bre 1599, che si trovano nell'Arch. Mediceo Lettere di particolari filz. 893 e 894: bensì nel 1600 tornò a Roma pel giubileo e vi si trattenne a lungo in casa del Duca di Gemini Gio. Antonio Orsini, come ci risulta dalle Lettere di Francesco M.a Vialardo al Governo di Toscana esistenti nell'Arch. Mediceo, lett. del 15 aprile, 4 agosto e 15 settembre 1599, non che dagli Avvisi di quel tempo; egli era allora disgustato del Governo Vicereale che tardava ad immetterlo nel possesso di curatore degli Stati del P.pe di Bisignano, conformemente alle decisioni favorevoli ottenute dal tribunale. Poi vedremo come solamente nel 1601, dopo lunga aspettativa motivata senza dubbio dall'essere stato troppo nominato nelle faccende del Campanella, ottenne di andare in Calabria e vi perseguitò felicemente i banditi; onde il Governo ebbe a nominarlo governatore della Calabria citra, e in tale condizione, nel 7bre 1603, morì di morte affatto naturale, essendo già in eccellenti relazioni col Governo Vicereale. — Adunque non fu Barone di Pomarico e di Montescaglioso prima del 1596; pretese all'eredità del P.pe di Bisignano e non della madre; viveva in Napoli, dove le liti si agitavano, e non in Roma; si trovò in Calabria non prima del 1601, quando le faccende del Campanella erano già chiarite, con pieno gradimento degli spagnuoli. Potremmo aggiungere che piuttosto il Principe di Avellino Camillo Caracciolo dovè sposare Beatrice Orsini vedova, giacchè dopo Beatrice, egli sposò ancora in terze nozze Dorotea di Alberto Acquaviva Duca di Atri e morì nientemeno che il 28 8bre 1617. Ma credere che il Campanella avrebbe designato D. Lelio capo della repubblica equivale a sconoscere affatto l'indole del Campanella; e credere che gli spagnuoli, con un simile precedente, avrebbero posto D. Lelio a capo di una provincia in Calabria equivale a sconoscere affatto l'indole degli spagnuoli.

[105]. Fiorentino, B. Telesio, Firenze 1872-74, vol. 2.º, pag. 417. Ved. Anche Odescalchi, Memorie istorico-critiche dell'Accademia de' Lincei, Roma 1806, pag. 267, 275.

[106]. Ved. la lett. del Campanella al medico Gio. Fabre da noi pubblicata (Codice delle Lettere etc. pag. 45) e la Nuova Appendice agli Articuli prophetales che si trovano ms. nella Naz. di Napoli (Doc. 268bis, pag. 193).

[107]. La lettera pubblicata dal Fabroni appartiene ad un periodo assai posteriore a quello di cui qui trattiamo; essa è del Campanella, diretta al Gran Duca Ferdinando secondo, in data di Parigi 6 luglio 1638 (Ved. Fabroni, Lettere inedite di uomini illustri Fir. 1773-75, tom. 2.º, p. 1; ed anche Baldacchini, Vita di Campanella, 2a ed. Nap. 1847 p. 195). Quella pubblicata dal Berti, diretta, come abbiamo detto, al Galilei, è in data di Napoli 13 gen. 1611 (Ved. Berti, Lettere inedite di T. Campanella, Roma 1878 p. 11). Tutte le altre sono sincrone o presso che tali, e per ordine di data precede la lettera da noi rinvenuta: essa è di Giulio Battaglino, Agente di Toscana in Napoli, diretta a Lorenzo Usimbardi Seg.io di Stato, in data di Napoli 4 7bre 1592 (Ved. Doc. 3 pag. 12). Seguono le 4 lettere rinvenute nel Carteggio di Ferdinando primo dal D'Ancona: la 1a di Baccio Valori, forse diretta all'Usimbardi; la 2a è del Campanella al Gran Duca; la 3a del Campanella all'Usimbardi (tutte queste in data di Firenze 15 8bre 1592); la 4a del Generale de' Domenicani in data di Milano 18 9bre 1592 (Ved. D'Ancona Op. di T. Campanella, Disc. proem. p. 75 e seg.). Viene da ultimo la lettera pubblicata dal Palermo: essa è del Campanella al Gran Duca, in data di Padova 13 agosto 1593 (Ved. Archiv. Storico an. 1846 p. 428, ed anche Baldacchini, Op. cit. p. 193). Al Baldacchini era stato negato di prender copia di queste lettere!

[108]. Anche il Campanella nell'opera De sensu rerum lib. 2.º cap. 23, parla della virtù di uno stallone di Mario del Tufo chiamato Montedoro. Le lettere di Mario del Tufo al Gran Duca si trovano annesse a quelle di Giulio Battaglino, e sono dapprima interamente autografe, di poi autografe nella sola firma. Cominciano, come quelle del Battaglino, dal 1592, non essendone stata fatta raccolta negli anni antecedenti; e continuano sempre, ma noi non le abbiamo ricercate oltre il 1605 (filze 4084 a 4091 in notevole disordine). Le date sono: da Napoli 29 agosto 1592 (invio di cavalli); da Mondorvino 29 maggio 1593 (ringraziamenti per «li tanti duoni» che S. A. è restata servita di mandare a lui e alla Sig.ra Fulvia sua); e poi del 26 marzo 1600, 25 9bre 1600, 15 marzo 1601, 28 8bre 1601, 10 9bre 1602, 31 marzo 1603 (fin qui sempre invio di cavalli giungendo a dire che la razza è più del Gran Duca che sua); 28 e 30 mag. 1603 (raccomanda suo figlio Francesco, che sta a Pisa, e mostra il desiderio di un'Abbadia per lui); 25 giugno 1605 (invio di cavalli). — Ma in questi e in tutti gli anni intermedii sono innumerevoli le lettere del Battaglino e poi del Turaminis che gli successe, come pure di qualcuno degli Agenti dello Stato di Capestrano e baronia di Carapello appartenenti al Gran Duca per l'acquisto fattone vendendosi i beni del Duca di Amalfi, nelle quali lettere si parla di Mario del Tufo, de' suoi cavalli e de' marzolini del Gran Duca. Solamente dopo il 3 giugno 1599 fino al 26 marzo 1600 non si parla mai di Mario del Tufo (circostanza da notarsi); e in una lettera del 10 maggio 1600 egli è detto «altiero e schizzinoso forte, che diventerebbe nemico se non gli si desse dell'Illustr.mo», onde è respinta una lettera a lui diretta nella quale siffatto titolo era stato dimenticato; in un'altra lettera poi del 14 aprile 1603 è detto cognato del Reggente Costanzo.

[109]. Anche da documenti esistenti nell'Arch. di Napoli Giulio Battaglino appare napoletano e prete. Tra' Processi della R.a Camera della Sommaria ce n'è uno segnato col n.º 7775 e col titolo, «Acta civilitatis neapolitanae petitae per mag.cus Laurentium et Julium battaglinos tamquam ortos; An. 1567»: vi risultano figli di Giovanni e Porzia Villana, e Giulio, secondogenito, sarebbe nato verso il 1551; avrebbero avuto 5 sorelle (4 di esse, insieme con Giulio, sono menzionate ne' Reg. Partium vol. 1465 fol. 75-76). Nel 1589 gli fu accordata dal Re di Spagna la nomina di Cappellano di S. M. ed una pensione di D.i 300, assegnati sopra l'arrendamento de' ferri di Calabria (ved. Reg. Partium v. 1176 fol. 53). Anche in altre scritture è detto «di Napoli, Rev.do dottore» (ved. Privilegiorum vol. 114 fol. 9): lo dichiara poi egli medesimo più volte nel suo Carteggio (ved. Arch. Mediceo let. de' 26 maggio e 1º agosto 1596, e 9 7bre 1600), come dichiara egli medesimo i suoi obblighi al Gran Duca Ferdinando, essendo la sua casa stata condotta «dalla miseria a mediocre stato, per avere suo fratello e lui recuperata la patria col favore di S. A.» (ved. let. del 5 9bre 1595). Suo fratello Lorenzo è detto da lui «poco esperto di negotii e travagliato da quasi continua podagra», sposo di una tedesca, già Donna della Ser.ma D. Giovanna d'Austria, che egli tolse in moglie in Toscana, e che gli diede due figli Pompeo e Giovanni, il primo de' quali fu poi giudice e trovasi molto spesso nominato nell'Arch. di Napoli. Questo Lorenzo Battaglino, col titolo di Barone, è citato anche in un ms. della Bibl. nazionale di Napoli, «La Verità svelata di Silvio ed Ascanio Corona» etc., dove figura quale amico di Scipione e Gio. Battista Tomacelli, napoletani emigrati in Firenze, a tempo del Vicerè Card.l Granvela. Anche il Residente Veneto nel suo Carteggio parla di Giulio Battaglino con molta stima, e dice che era stato già 7 anni continui in servizio di S. A. mentre era Cardinale (ved. Arch. Veneto Lett. di Napoli del 20 8bre 1598). Vedremo Giulio molto pregiato specialmente dal Vicerè Conte di Lemos e dalla Contessa sua moglie a tempo delle sventure del Campanella in Napoli.

[110]. Ved. op. cit. lib. 2.º, cap. 29. Riporteremo le parole medesime del Campanella, attenendoci alla lezione del ms. napoletano. — «Parlai con uno dotto fiorentino che credeva le Belve dovere resuscitare à gloria con l'huomo, perchè santo Paulo dice che ogni creatura piange aspettando la sua redemptione et libertà della corruttione, et che tutte faranno decreto che l'Agno divino è degno de aprire il libro dell'Apocalissi, come ivi è scritto, et dicendoli io che ciò se intende dell'huomo ch'à simiglianza con tutte le creature, stava duro alla sua credenza, che pure molti Indii tengono. Poi dicendo io che era bestialità credere che le mosche, et polici, e Zanzere havessero à resuscitare in gloria, et che la terra non basta à rifare tanti corpi de animali, poichè ogni dì ne moion millioni di millioni, et di tante specie, che misurata la grossezza della terra, et la rotondità, et poi donando ad ogni huomo un passo di terra per il suo corpo, che ha da ripigliare, non basta quasi all'huomini, tutta à refare i corpi facendo il conto esquisito, et egli comminciò a discredere quella sententia bestiale, in favore delle bestie».

[111]. Ved. l'Informazione pubblicata dal Capialbi, pag. 50.

[112]. Riscontra la nota a pag. 46, segnatamente i brani ivi riportati della lettera pubblicata dallo Struvio e di quella pubblicata dal Centofanti. La lettera pubblicata dallo Struvio è stata certamente negletta da tutti i biografi.

[113]. Ved. Arch. di Urbino, clas. 1.a div. G, filz. 148, Carteggio Agenti di Roma; Giacomo Sorbolongo; disp. degli 11 feb. 1600. — Le opere del Chiocco a noi note, oltre quella sopra menzionata, sarebbero: Carmen, De Balsami natura et viribus juxta Dioscoridis placita; altro Carmen, De Contagii natura, siderum vi et thermis Calderianis; ancora un Carmen, Psoricon; inoltre, Musaeum Franc. Calceolarii jun. Veronensis a Benedicto Ceruto incoeptum, ab Andrea Chiocco luculenter descriptum et perfectum; infine De Collegii Veronensis illustribus medicis et philosophis.