[154]. Ved. Berti, Let. inedite del Campanella, Roma 1878; let. del 4 10bre 1634 e 9 aprile 1635, pag. 30 e 40.

[155]. Deza, Della famiglia Spinola etc. Piacenza 1694, pag. 299.

[156]. Ved. Doc. 19, pag. 28 e 32.

[157]. Ved. Giul. Ces. Capaccio, Il Forastiero, Nap. 1634 pag. 7. Il Capaccio si vanta di essere stato suo scolare.

[158]. Ved. Michelangelo Macrì, Memorie istorico-critiche intorno alla vita e alle opere di Mons.r fra Paolo Piromallo, Nap. 1824, pag. 343. — Nella Numerazione de' fuochi di Nola per l'anno 1562-63, esistente nell'Arch. di Napoli (vol. 128 della collezione) abbiamo trovato questo che segue, munito di annotazioni posteriori segnate in margine: «n.º 1880 Federicus d'Antonio d'Cola Stigliola alias d' palena a. 42; Justina uxor a. 40; (*) Nicolaus Antonius filius a. 17; Felix filius a. 15; Paulinus filius a. 9; Felippus filius a. 4; Molistinus filius a. 2; Margarita filia a. 13; Joseph frater a. 35 [Iste (int. Federicus) fuit inventus per inquisitionem. cum juramento deposuit stetisse per viginti quinque annos ad... mag.ci hieronimi de libertino, quando neapoli et quando in civitate nolarum, et sunt anni quatuor q. continue stetit prout ad praesens stat in ditta civitate nolarum cum tota familia». (Annotazioni posteriori): «Federicus mortuus ab an. 35; Id. Justina ab an. 29; Nicol. ant. mort. ab an. 27 Incigniero; Felice mort. ab an. 30; Paulinum mort. ab an. 27; Id. de aliis; Joseph absens in ispania pro molione (sic) sue cesaree majestatis». Adunque l'età di Colantonio, come è qui registrata pel 1563, farebbe vedere che l'anno della sua nascita sia stato il 1546: e però dovrebbe ritenersi con ogni probabilità un errore di stampa quello che leggesi nell'Odescalchi (Memorie istorico-critiche dell'Accademia de' Lincei, Roma 1806, p. 267), che cioè era di 69 anni l'età sua riconosciuta il 24 gennaio 1612, quando ebbe l'onore di essere ascritto all'Accademia dei Lincei; avrebbe dovuto dirsi di anni 65. Veramente essendo morto l'11 aprile 1623, e leggendosi nella epigrafe funeraria composta dal suo figliuolo Gio. Domenico esser morto quasi ottuagenario, si avrebbe un margine molto largo; ma ne' cenni biografici premessi al libro del Telescopio lo si dice morto a 76 anni, e da ciò si vede che la notizia inserta nella Numerazione de' fuochi è abbastanza precisa.

[159]. Ved. nelle Op. del Galilei edite dall'Albèri, Firenze 1851, t. 8.º pag. 386. Let. del 1.º giugno 1616. Dopo la condanna del Galilei, lo Stigliola gli scrive, ed emette l'opinione che si debba reclamare per un nuovo esame e revisione; inoltre soggiunge: «a me par spediente, con ogni prudenza, far avvisati li Signori che governano il mondo, che coloro, che cercano metter dissidio tra le scienze e la religione, siano poco amici dell'una e dell'altra parte, stante che la religione e la scienza, essendo ambe divine, sono di conseguenza concordi».

[160]. Poniamo qui un cenno degli Atti del processo: servirà a far conoscere sempre meglio il genere di vita e le tendenze di quest'uomo, che a' tempi suoi fu tenuto in grandissimo pregio da' maggiori dotti. Gli Atti del processo capitati nelle nostre mani, citando appena un'altra inquisizione precedente sofferta per conto del Nunzio Mons.r Malaspina, recano che nel luglio 1595 lo Stigliola trovavasi carcerato in Roma, e Carlo Baldino Arcivescovo di Sorrento, Ministro dell'Universale Inquisizione Romana e Delegato del Card.l di S.ta Severina, a nome della Sacra Congregazione procedeva contro di lui in Napoli. — L'azione comincia, come tanto spesso, da un Gesuita, un Gesuita molto inteso a que' tempi, Claudio Migliaresi, il quale trovandosi in casa del Principe di Conca, presente il Duca di Seminara, il cav.r Cesare Miroballo ed altri, ha udito dal Principe che lo Stigliola (addetto a far disegni di fabbriche nel Palazzo di lui), discorrendosi delle cose della fede e richiesto intorno alle sue credenze religiose avea manifestato che le avrebbe esposte quando vi fusse un Concilio aperto, che la S.ta Sede diceva in un modo e gli ultramontani in un altro, i Gesuiti in un modo e quelli della nova religione in un altro; dippiù che al Principe di Avellino aveva una volta detto essere il mangiar carne in giorni proibiti, ovvero il fornicare, come portare un pugnale, che se nessuno lo vede non reca pena; che infine, sollecitato dal Principe di Conca a manifestare quali fussero le sue credenze, avea detto «volete che D. Carlo Baldino mi metta la mano al collaretto?» Per questo doveva essere niente di buono, e veramente dovunque era stimato eretico. Spiegava poi il Deuteronomio alla moglie ed a' figli, e frattanto teneva la stampa in casa e leggeva a circa 400 scolari oltrechè a diversi Signori. — Tutte queste cose denunziò il Gesuita, aggiungendo che non avea mancato di parlare pure al Vicerè ed al Reg.te Marthos «che se sariano mossi per quel che potria importare anche al Stato», e infatti, quando egli si rivolse poi al S.to Officio, vide che già il Marthos ne aveva scritto a Mons.r Baldino e all'Arcivescovo di Napoli. — All'esame di costui seguono nell'agosto 1595 gli esami del Principe di Conca, del Duca di Seminara e di D. Cesare Miroballo, i quali confermano tutte le cose predette aggravandole; ne risulta che lo Stigliola era pure nemicissimo de' Gesuiti perchè cercavano di far proibire molti libri, che non aveva la corona di paternostri, che approbava il procedere del Re di Navarra, che leggeva anche a franzesi, e leggeva ad alcuni scolari una lezione di Scritture con le porte serrate (sic). — Segue l'esame di Giulia Giovine, napoletana, di anni 30, moglie dello Stigliola, chiamata a deporre con giuramento. A successive interrogazioni risponde: che il marito trovasi in Roma carcerato ma non sa perchè; è ingegniero; dà letture in case di Signori; non si ricorda che abbia letto in casa (pia menzogna); soleva leggere a lei «e alli garzuncielli» in camera sua le vite de' Santi, i Salmi, il Testamento vecchio e il nuovo; ha visto franzisi in casa sua ma non sa il perchè; lodava il Navarra perchè era sapiente ed amava li huomini da bene, non perchè era heretico; non ha voluto mai magnare carne in giorni proibiti, neanche essendo malato; una volta ha portato due corone alle figliole femine (sic). — C'è ancora l'esame di Alessandro Pera Canonico napoletano, che ha udito il Principe di Conca parlare contro lo Stigliola, e tra le altre cose dire che spiegava in casa il 3.º libro de' Re; una volta nel discorrere con lui del miracolo del mar rosso, lo Stigliola disse che un astrologo conobbe essere la cosa avvenuta per accesso e recesso del mare; un'altra volta, nel discorrere del governo di questo Regno, sospirando disse il verso del Petrarca, «Anime belle et de virtuti amiche Terranno il mondo»; infine lo crede buono, e ne sa di male sol quanto ha udito dal Principe di Conca. — Segue una lettera del Card.l di S.ta Severina con gli articoli del fisco compilati in Roma (8 10bre 1595); poi gl'Interrogatorii per le ripetizioni de' testimoni; poi gli esami ripetitivi de' suddetti Signori e della Giovine, che vanno fino al 4 aprile 1596. — Qui finiscono gli Atti, poichè, naturalmente, il processo ebbe termine in Roma. Senza essere gravissimo, il processo lascia nell'animo una profonda tristezza. Mentre riescono assai curiose ed interessanti le notizie delle vedute religiose, delle aspirazioni politiche e della vita dello Stigliola, spandono una fosca luce que' Nobili, quel Gesuita, quello stretto accordo del trono e dell'altare, quel ricorso del Gesuita prima al trono e poi all'altare, quella tortura morale fatta soffrire alla moglie dello Stigliola; un mucchio di miserie.

[161]. Altre notizie intime abbiamo rinvenute in un ms. esistente nella Bibl. naz. di Napoli (X, B, 52) intitolato «Della vita e della morte dell'Ill.ma et Ecc.ma Sig.ra D.a Isabella Feltria della Rovere Pr.sa di Bisignano», autore un Gesuita che l'aveva confessata per 37 anni e che scrisse dietro ordine de' superiori. Ma non si creda che vi sia in esso qualche notizia della lunga e crudele carcerazione sofferta dal Principe, non senza l'opera della sua Signora e forse degli stessi Gesuiti: vi si dice solamente che ad occasione de' debiti, «successa la provista del Curatore per i stati a beneficio dell'herede, et acciò le cose si facessero con pace e senza disturbo, il Conte di Miranda ordinò al Principe si retirasse di stanza in Gaeta». Sono invece narrate tutte le devozioni e perfino le giaculatorie della Signora, ed è registrata anche l'opinione della sua santità, dopo che avea dato ogni suo avere alla Compagnia.

[162]. Ved. i Reg.i Curiae, vol. 27 (an. 1573-75, 6.º del Vicerè Card.l Granvela) Let. Vicereali del 20 gen. 1574 fol. 51, del 21 8bre fol. 184, del 18 9bre fol. 203. In esse sono contemplate appunto le riforme della casa, le donazioni, le ricerche di danaro da parte del Principe.

[163]. Ved. i sud.ti Registri Curiae vol. 31 (an. 1582-85, 2.º del Duca d'Ossuna seniore) Lett. Vicereale del 31 gen.º 1583 fol. 9 con la quale si ordina che la Pr.sa non esca dal Regno. — Inoltre nell'Arch. d'Urbino oggi in Firenze, Carteggio de' particolari, clas. 1.a div. G. filz. 102 (Napoli diversi dal 1580 all'84); lett. di Gio. di Tomase del 15 aprile 1580; let. di Jacobo Bonaventura, da Bari 18 marzo 1583, da Napoli 8 aprile 1584, da Bari 21 agosto 1591. Nella lettera da Napoli il Bonaventura dice che ha vista la Principessa che ha male alle narici e i medici promettono, ma egli crede che non sanerà senza ferro e foco, ed afferma che «per queste parti non vi son persone exercitate in simili affectioni», e fa conoscere che la Pr.sa desia trovarsi in quella giornata nelle mani di S. A. Ser.ma — Ben si vede che non sempre i medici della capitale hanno fatto sentire il loro peso su quelli delle provincie; ma vi è stato un tempo nel quale accadeva l'opposto.