[286]. Ved. Doc. 394, pag. 455-56; e Doc. 334, pag. 297.

[287]. Nella Numerazione de' fuochi di Tropea (vol. 1398 della collezione; numeraz. del 1595) alla rubrica di Ricadi si legge: «n.º 261. Gio. Battista Soldano a. 34; Sorgentia Vangeli moglie a. 30 [Dicono bandito et che mai have habbitato in Ricadi».

[288]. Ved. per queste lettere il Doc. 242, p. 137.

[289]. Ved. le parole della magnif. Dianora Santaguida dette a Marcello Contestabile, nell'Informaz. presa dal Vescovo di Squillace per commissione del Vescovo di Termoli; nella nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 1.º fol. 314.

[290]. Ved. la dep. di Jacovo Squillacioti di S.ta Caterina nell'Informaz. suddetta; nella nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 1.º fol. 315-1/2.

[291]. Nella Numerazione de' fuochi di Nicastro (vol. 1309 e 1310 della collezione) si ha una numerazione del 1596 ed una renumerazione del 1598; entrambe recano Cesare Mileri. In quella del 1599 si legge: «n.º 783. Cesare Miliero f.º del q.m thomase a. 26; Honesta sore a. 14; Giovanna sore a. 12». Ma sospettiamo che possa esservi qui un errore, e che l'età di Cesare avrebbe dovuto dirsi di 16 anni, in corrispondenza dell'età delle sue sorelle; rimanendo accolto il nostro sospetto, avrebbe nel 1599 avuto 17 anni di età.

[292]. Nella Numerazione de' fuochi di Nicastro (vol. 1309 cit.) al fasc. della renumerazione del 1598 si legge: «n.º 1266. Antonino Sersale f.º del q.m ferrante a. 42; Mario f.º a... [dicunt absentem in civitate catanzarii, et est baro terrae cropani». La nobiltà de' Sersali si faceva rimontare fino a Sergio, Duca della Repubblica Sorrentina; una branca dei Sersali di Sorrento sarebbe stata questa trapiantata in Calabria. Ved. Fra Girol. Sambiasi, Ragguagli di Cosenza e di 31 sue nobili famiglie, Nap. 1639 p. 185, e De Lellis, Famiglie nobili della città e Regno di Napoli, parte ms. esistente nella Bibl. naz. di Napoli (VI. F. 6).

[293]. Ved. nell'Arch. di Stato i Reg. Partium vol. 1274 fol. 201, dove si notifica che «a ultimo de gen. 1595» il Vicerè ha concesso a lui tale officio; inoltre ne' Reg.i Sigillorum, vol. 31, an. 1595, è not. «a ultimo de febraro... privilegio del officio de credenzero de la gabella dela seta de Catanzaro de Marc'Ant. biblia»: nel corso di questa narrazione vedremo confermato che costui era fratello di Gio. Battista Biblia con altre circostanze di molto interesse.

[294]. Tutte queste notizie, come le consecutive, si rilevano segnatamente dalle due formali denunzie che di poi si ebbero (ved. Doc. 7, p. 15, e 205, p. 106), ed ancora dal complesso de' documenti trovati in Simancas. La trattativa per l'entrata di uomini armati in Catanzaro di soppiatto, separatamente dagli altri maneggi, fu condotta in modo più segreto tra un numero di persone assai ristretto; e così i due denunzianti principali, Biblia e Lauro, non ne seppero nulla. Si vedrà in sèguito che non c'è alcun motivo per dubitare delle cose dette in tali denunzie quanto alla parte essenziale; e che vi furono solamente esagerazioni notevoli quanto al numero de' congiurati, de' fuorusciti e de' frati, per magnificare il servizio reso; del resto nulla vieta di ammettere che tra le tante esagerazioni fra Dionisio avesse introdotta anche questa, per magnificare le forze della congiura ed invogliare a prendervi parte.

[295]. Nelle Cedole di Tesoreria e Cassa militare per l'anno 1597 (vol. 429) fol. 265 si legge: «A 12 di luglio 1597 A Fabritio de lo tufo Gov.re della prov. de Calabria ultra ducati sessanta li sono com.ti pagare per suo salario de giorni 18 vacati a pigliar mostra alle Compagnie de cavallaria oria, scalea, et cravìna in luglio 1595 incluso l'accesso, et recesso, a ragione di d.i 100 lo mese pagati della cassa delle tre chiavi, per esso a Geronimo dello tufo suo herede, et per esso a Marino de fusco suo procuratore, D.i 60, 0, 0». — Quanto all'ufficio di Capitano di Tropea tenuto più tardi da Geronimo, i documenti si riferiscono all'anno 1616, e leggonsi ne' Registri Curiae vol. 80, fol. 176, e vol. 83, fol. 177: entrambi contengono un ricorso di Dianora Ciaccio, che chiede giustizia contro Geronimo Capitano di Tropea, per essere stato causa della morte di Pietro cocchiero suo marito «fandoli dare molte bastonate», ed aver poi voluto «la remissione per forza». Signori e popolari, laici ed ecclesiastici, erano fatti tutti a un modo, prepotenti sempre.