[359] Ved. Berti, Tommaso Campanella, Nuova Antologia, luglio 1878, p. 217.
[360] La cosa è di un'importanza capitale per l'argomento che trattiamo, e ci si permetterà di riprodurre qui taluni confronti già notati nella 1.a nostra pubblicazione sul Campanella (Il Codice delle lettere etc.) esprimenti certe differenze contemplabili, nella forma e nella sostanza, tra la composizione originaria del libro fatta nel 1602 e rappresentata da' codici napoletani, la versione latina fatta nel 1613 e pubblicata dall'Adami in Frankfort, la 2a edizione della versione latina preparata dopo il 1629 e pubblicata dall'autore in Parigi; quest'ultima veramente differisce dalla penultima quasi sempre per qualche aggiunzione, e volgarizzata a cura di un editore Luganese fu poi riprodotta dal D'Ancona, sicchè possiamo citare l'edizione D'Ancona nell'esporre i confronti, anche perchè essa è più diffusa e popolare.—Circa la forma, si direbbe che con la magniloquenza latina fosse apparso necessario magnificare perfino gl'interlocutori del dialogo, i quali nella composizione originaria del libro erano «Hospitalario, Genovese marinaro», col latino furono promossi ad «Hospitalarius magnus, et Nautarum Gubernator Genuensis hospes», e col volgarizzamento divennero «Il Gran Maestro degli Ospitalieri ed un Ammiraglio Genovese di lui ospite». Oltracciò il Capo Supremo della Repubblica, che dapprima era semplicemente O (con o senza un punto nel mezzo, cioè a dire il Sole, come si mantenne nell'esemplare latino dell'Adami) divenne in sèguito Hoh. Naturalmente anche la dicitura italiana primitiva, convertita in latino e poi ritornata italiana, si vede trasformata di molto. P. es.: (cod. nap.) «S'io havesse tenuto à mente e non havesse pressa e paura, io te sfondacaria gran cose, ma perdo la nave se non mi parto»; (ediz. D'Anc.) «Oh! se mi ricordassi d'ogni cosa e non mi stesse a cuore la partenza, e più se nulla temessi, ti direi altro e ben più sorprendente, ma perdo la nave se non mi affretto a prendere il largo». Ancora: (cod. nap.) «Nulla femina si sottopone à maschio se non arriva a' 19 anni, ne il maschio si mette à generatione innanzi il 21»; (ed. D'Anc.) «Alcuna donna prima del decimonono anno non può consacrarsi à questo ministerio, e gli uomini debbono aver passato il ventesimo primo». Così la forma venne ingentilita, ma cessò di esser caratteristica, e ciò che è peggio non sempre riuscì a serbare la precisione. P. es.: (cod. nap.) «Una fiata mangiano carne, una pesce, et una herbe, e poi tornano alla carne per circolo»; (ed. D'Anc.) «Dapprima mangiano carni, poi pesci, infine erbaggi. Ricominciano poscia con le carni,»—etc. Ma ciò che maggiormente interessa è la diversità nella sostanza in più luoghi. Da una parte le cose relative a filosofia e religione sono più spinte nella 1a maniera e più attenuate nelle posteriori. P. es. (cod. nap.) «Son nemici di Aristotile, l'appellano pedante»; (ed. D'Anc.) «Sprezzano l'opinione di Aristotile, che chiamano logico non filosofo». Ancora: (cod. nap.) «trovai Moisè, Osiri, Giove Mercurio Macometto et altri assai, et in luoco assai onorato era Giesù Christo et li 12 Apostoli, che ne tengono gran conto. Ond'io ammirato come sapeano quelle historie» etc.; (ed. D'Anc. con molto maggiori distinzioni e qualificazioni) «ho veduto Mosè, Osiride, Giove, Mercurio, Licurgo, Pompilio, Pitagora, Zamolxi..... e moltissimi altri. Che più? Hanno dipinto lo stesso Maometto che però reputano fallace ed inonesto legislatore. Ma vidi l'immagine di Gesù Cristo essere stata collocata in un posto eminentissimo, assieme a quelle dei dodici Apostoli da essi altamente venerati e creduti siccome superiori agli uomini. Sotto i portici esterni osservai dipinti Cesare, Alessandro, Pirro, Annibale ed altri sommi la maggior parte cittadini romani.... Ed avendo con maraviglia chiesto come essi conoscessero le nostre istorie» etc. Inoltre: (cod. nap.) «tengono per cosa certa l'immortalità dell'anima et che s'accompagni morendo con spiriti buoni o rei secondo il merito; ma li luochi delle pene e premii non l'hanno per tanto certo (sic) ma assai ragionevole, pare che sia il cielo et i luochi sotterranei. Stanno anche molto curiosi di sapere se queste pene sono eterne ò nò. Di più son certi che ci siano angeli buoni e tristi come avviene tra gli huomini; ma quel che sarà di loro aspettano aviso dal cielo. Stanno in dubbio, se ci siano altri mondi fuori di questo»; (ed. D'Anc.) «credono all'immortalità dell'anime, ed alla loro associazione dopo la sortita del corpo cogli angeli buoni o cattivi secondo le azioni della presente vita, e questo perchè le cose simili amano i loro simili. Differente della nostra è la loro opinione intorno ai luoghi delle pene e de' premii. Dubitano se esistano altri mondi fuori del nostro». Come si vede, la prima composizione era ben cruda e molto più spinta, e le attenuazioni venute in sèguito non furono lievi. D'altro lato poi per un fatto risguardante la persona dell'autore troviamo tutta la riserva possibile nella prima composizione, e l'abbandono di ogni riserva in sèguito: 1o (cod. nap.) «dicono che se in 40 hore di tormento un huomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle che inclinano con modi lontani ponno sforzare» etc.; 2o (ed. D'Anc.), «dicono che se un sommo filosofo per quaranta ore venne crudelmente tormentato da' suoi nemici senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto essi domandavano, perchè nel fondo dell'animo avea determinato di tacere, così nemmeno le stelle che movonsi in distanza e con lentezza non possono costringerci» etc. Adunque scrivendo il libro nel 1602 non palesò la faccenda della sua pazzia simulata, la palesò invece nel 1613, quando diede il libro tradotto all'Adami; e per verità sarebbe stata una pazzia vera il farlo prima. V'introdusse poi varie aggiunzioni mano mano, ed anche, quando preparò l'edizione di Parigi. Così, mentre nell'esemplare primitivo si trova notata soltanto l'invenzione del volare (che nel libro de Sensu rerum et Magia è riconosciuta in un calabrese), in quello latino dato all'Adami si trova notata anche l'invenzione degli strumenti oculari per vedere le occulte stelle (riconoscimento delle cose del Galileo sulle quali egli già cominciava a riflettere), e degl'istrumenti auricolari per udire le armonie de' cieli (presagi del telefono ad un'altezza non ancora raggiunta): ma è singolare che non vi si trovi l'invenzione sua, attribuendola agli abitanti della città del Sole, del modo di navigare senza vele e senza remi, ciò che pure avea già promesso con le lettere del 1606-1607 a' Cardinali e al Re di Spagna. Invece essa si trova nella 2a ed ultima edizione della versione latina, dove è registrata pure la scoperta del modo di evitare il fato sidereo, attribuita sempre agli abitanti della città del Sole, da doversi riferire al libro da lui composto De fato siderali vitando; ed in pari tempo è registrata la proibizione dell'Astrologia da parte del Papa, ciò che prima egli non reputava ben fatto e poi si credè in obbligo di accettare e difendere col suo opuscolo An Bullae Sixti V.i et Urbani VIII.i contra judiciarios calumniam in aliquo patiantur. Per le quali ultime circostanze abbiamo detto che la 2a edizione del libro dovè essere preparata dopo il 1629; giacchè dal Syntagma sappiamo con certezza che il libro De fato siderali etc. fu scritto nel S. Ufficio di Roma dopo la liberazione dal lunghissimo carcere di Napoli, vale a dire tra il 1626 e il 1629. Non è arrischiato l'ammettere che le modificazioni successive introdotte dall'autore nel modo di esprimere le sue opinioni circa Gesù, e circa i premii e le pene e l'eternità di esse, rappresentino pure e semplici attenuazioni pro bono pacis: e merita di essere considerata la sua persistenza in altrettali opinioni fino agli ultimi anni della sua vita, benchè abbia contemporaneamente abbondato nella composizione di libri di assolute credenze Cristiane Cattoliche.
[361] Ved. Poesie, ed. D'Ancona, p. 95.
[362] Ved. Doc. 395, pag. 457.
[363] Ved. Doc. 425, pag. 531.
[364] Ved. Doc. 395, alla pag. 464.
[365] Ved. Doc. 131, pag. 75.
[366] Ved. Doc. 193, pag. 97.
[367] Ved. Doc. 234 e 236, pag. 122 e 124.
[368] Ved. Doc. 426, pag. 531-32.