— Dammi un po' la tua signora scatola di riveriti fiammiferi. —

Nell'uscire salutava, non solo il professore, ma tutte le statue, tutti i bassorilievi, tutti i gruppi di gesso, da Ettore e Patroclo al Gladiatore ferito e riserbava l'ultima scappellata per il portinaio.

Un giorno era a dirittura superbo, raggiante. Finalmente era riescito ad abbonarsi a un teatro di prosa per un mese. Ma proprio la prima sera, gli si ammalò una zia e lui non osò uscir di casa. La seconda sera, finalmente, fu padrone di sè stesso! Andò al teatro, s'introdusse nel vestibolo, s'inchinò profondamente ai bollettinai, dicendo:

— Abbiano la bontà di scusarmi.... iersera non ho potuto venire a questo bellissimo teatro, poichè la mia signora zia era malata.

Un bollettinaio lo guardò serio serio e:

— Va bene! passi pure: ma.... che sia l'ultima volta. —

Ginesio ha subìto i quindici giorni della territoriale. Non ci fu verso nè maniera di fargli apprendere il saluto militare. Egli si ostinò a cavarsi il berretto, cosa contraria alla disciplina, e a inchinarsi fino a terra davanti a ogni qualsiasi superiore, dal caporale al colonnello.

Una notte, di sentinella, vide avvicinarsi la ronda e in luogo di dare l'alt chi va là, si cavò il berretto e disse all'ufficiale: