I drammi della gelosia.

Ieri, tutta Roma pareva immersa in un doloroso stupore, a cagione d'una tragedia che ha privato l'elegante società di uno tra i più brillanti giovanotti dell'aristocrazia.

Per fortuna, la tragedia è successa ieri; se, Dio liberi, fosse accaduta, per colmo di iettatura, domani, la città avrebbe dovuto immergersi contemporaneamente nella gioia, per lo Statuto, e nel dolore.

Non dirò i nomi veri, perchè il dramma è dei più comuni, ma i protagonisti sono parenti prossimi dell'almanacco di Gotha; anzi l'eroina, quand'era ancora ragazza, amoreggiò a lungo con un principe ereditario e forse l'avrebbe anche sposato, se all'ultim'ora non si fosse scoperto che egli era un commesso viaggiatore in articoli di guttaperca.

Da un mese, i bottegai di via del Babuino, nei momenti d'ozio (c'è un negoziante di pietre dure la cui vita è tutta composta di momenti d'ozio) notarono che un giovanotto assai conosciuto, che io chiamerò il duchino di Zagarolo, passeggiava su e giù, per un tratto di marciapiede, nell'atteggiamento del pizzardone in servizio, levando ogni tanto sguardi teneri a una loggetta, su cui stava affacciata una creatura deliziosa, un profilo incantevole, una silfide, una personcina ideale, la contessa Tomacelli.

La contessa sarebbe una donna perfetta, se fosse riescita a farsi estirpare il marito, conte Ignazio Tomacelli, uomo brutale che, non avendo più nulla da perdere, perde le notti al banco del faraone, giocando sempre sulla parola, per cui, di parola in parola, ha un debito che ascende a parecchi vocabolari.