Giovedì alle quattro, nel tornare al palazzo, il conte Tomacelli vide il duchino di Zagarolo, che passeggiava sotto le finestre, tenendo una rosa in mano, nella posa classica d'una Primavera di gesso.

Il conte Tomacelli, il quale è un uomo che non ischerza, entrò in casa e disse alla contessa:

— Vogliamo andare a far due passi?

La contessa non capì che il marito voleva portarla a passeggiare sull'orlo dell'abisso e accettò, nella dolce speranza di vedersi, un po' più da vicino, col giovane duca di Zagarolo. Ella indossò in furia un'elegantissima veste di foulard delle Indie, mentre il marito pareva indiano quanto il foulard; si mise in testa un cappellino di Parigi ch'era un amore, una galanteria; e uscì per via del Babuino, a braccetto del conte.

L'imprudente duchino di Zagarolo li seguì a breve distanza, odorando la rosa e baciandola ogni tanto, con certe occhiate languidissime, che parevano dire:

— Questa rosa è il più bel marciapiede della mia vita!

Il marito, intanto, mormorava fra sè:

— La rosa l'è un bel fiore, come la gioventù; passa, bastona e muore.... e non ritorna più!

La coppia infelice, pedinata dal duchino, arrivò a piazza del Popolo e salì al Pincio. Arrivati dinanzi al busto di Venturoli (ah! finalmente ho saputo ch'egli è un.... un coso.... come si dice?) il conte, con perfido e soave accento, disse alla contessa: