L'indigeno passa indifferente davanti a queste baracche e va invece a frugacchiare in quelle due o tre d'antico stampo, tra cui primeggia quella dell'ottimo Jandolo. È un vecchietto arzillo e bonario, che ha una botteguccia presso il Foro Traiano. È così piena degli oggetti più fantastici che, a entrare, c'è quasi pericolo di vita. Prendete un libraccio e vi casca addosso un'alabarda; staccate un quadro e v'arriva sulle spalle un busto di Caracalla.

La bancarella di Jandolo rispecchia ancora le vecchie tradizioni: vi si trova di tutto: una miniatura accanto a un bottone d'osso nero, una lama di Toledo sopra una sega di pompiere, una pergamena alluminata presso un mazzo di tarocchi, un niello fiorentino e una posata di stagno, una gemma incisa e una pallina della tombola.

I suoi prezzi sono cervellotici, ma se ne rimette al compratore, purchè sia un cliente. Gli si chiede il prezzo d'un oggetto, e lui è capace di rispondere:

— Quanto mi date? fate voi.

Poco più lontano, c'è una piazzetta riservata ai libri vecchi. Sopratutto è frequentata dai preti, essendovi abbondanza spaventosa d'opere teologiche. C'è pure gran concorso di studenti, ma non si tratta di bouquinistes. Ci vanno per economia, sopratutto alla ricerca di traduzioni bell'e fatte dal latino o dal greco, o anche di qualche cattivo romanzo. Poi si vedono due o tre librai grossi e dieci o dodici amatori, che cercano le edizioni rare, o sperano comprare il Poliphilo d'Aldo Manuzio per quindici soldi.

Qua e là, s'incontrano pure tipi singolari di stracciarole autentiche, le quali mettono in mostra certi capi di vestiario che vi consigliano, istintivamente, di rimanere a rispettosa distanza.