L'avarizia era per lui come un vizio segreto, e metteva ogni cura possibile nel nasconderlo agli occhi della gente; solo i suoi intimi ne sapevano qualcosa, o piuttosto indovinavano per via di certi incidenti ch'erano come improvvisi sprazzi di luce sul carattere singolare del marchese Attilio Pancaro.
Egli aveva trentamila lire di rendita e il suo patrimonio, quando morì, era considerevolmente aumentato, poichè egli aveva trovato il modo di vivere signorilmente, senza spendere neppure un quinto.... che dico!... neppure un ottavo delle sue rendite. La spesa maggiore era quella del sarto, poichè amava di vestire con una certa eleganza, ma pure in fatto di vestiario aveva pensato a risorse incredibili. Per esempio, non si faceva mai fare un paio di scarpe, ma voleva invece tre scarpe uguali, tutte a un piede e numerate coi numeri 1, 2 e 3 per poi calzarle alternativamente in quest'ordine fisso:
lunedì: — n. 1 al piede destro — n. 2 al sinistro.
martedì: — n. 2 al piede sinistro — n. 3 al destro.
mercoledì: — n. 3 al piede destro — n. 1 al sinistro....
e via di questo passo, in modo che, per confessione sua, le tre scarpe gli duravano, per lo meno, come due paia.
Portava sempre abiti di mezza stagione, uno tutto grigio e l'altro tutto caffè scuro, che combinava in modo sapiente, come le scarpe, allo scopo di far credere avesse un corredo di vestiario fornito quanto quello d'un principe. Anche per le vesti aveva una specie di programma di questo genere:
lunedì: — calzoni grigi — gilè e soprabito caffè.
martedì: — gilè e calzoni grigi — soprabito caffè.