— Tanto amici! tanto amici! — ciangottò Mario Ricciarelli, aggrottando i sopraccigli: — l'amicizia non gli ha impedito di fare una gran corte a Giacinta!
— Sul serio?
— Tanto sul serio che, confidenzialmente, l'ho pregato di sospendere le sue visite troppo assidue.
— Ah, dunque sei geloso?
— Geloso, no, ma diavolo! appena lui sapeva che stavo fuori, taffete! in casa mia. Capirai che...
— Capisco: quand'è così, pensa un po' te a qualcun altro.
— Eh, ci penso, sì: ma non trovo.
A furia di pensare, Mario Ricciarelli si convinse che non c'era da scegliere e finì col mandare un telegramma all'amico Augusto, per dirgli press'a poco così: — l'autorità, per misure igieniche, che il diavolo se la pigli, mi ha sequestrato in casa d'Amalia; figurati un po' se lo sapesse mia moglie! Tu solo puoi salvarmi, telegrafando a Giacinta, in Arenzano e a nome mio, per dirle che sto presso di te un po' di giorni per affari importantissimi: ogni mattina, poi, fino a nuovo avviso, le manderai un dispaccio sui generis, sempre a nome mio, per dirle che sto bene: apri pure i dispacci suoi che ti arriveranno, sebbene diretti a me; inoltre, siccome sto sulle spine, ti prego di ragguagliarmi di quanto può succedere, per mezzo sempre di dispacci a questo indirizzo: Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via Minerva. E non mi fare brutti scherzi, mi raccomando!
Poi, mandò un dispaccio alla moglie in Arenzano per annunciarle la sua partenza improvvisa, e una lettera a Menico, il servitore, per dargli le istruzioni necessarie, casomai.
Così aggiustate alla meglio le proprie faccende, Mario smise un po' il broncio, e disse alla divina Amalia: