— Ma lei scherza: non vede che c'è il cordone?

— E quanto durerà questo cordone maledetto?

— Non si riscaldi: pare che domani saranno messi tutti quanti in libertà.

Mario risalì, sbuffando, le scale e rientrò nel saloncino d'Amalia, buttandosi a sedere, con le gambe accavallate, in un cantone.

— Perchè, — gli disse Amalia con voce di flauto e leggero accento canzonatorio — perchè non telegrafi a Tebaldi?

— Eh, non mi rompere l'anima anche te!

Dopo ventiquattr'ore d'angoscia, finalmente era libero! Il prefetto aveva rintascato il suo cordone sanitario e i casigliani preparavano un po' di luminaria per festeggiare il fausto avvenimento.

Mario corse a casa sua, diede dell'imbecille e dell'asino a Menico senza un perchè, fece in fretta e in furia una valigietta e, col primo treno, sebbene fosse omnibus, partì per Milano. Ne masticò della bile, su quel convoglio! Quando, finalmente, arrivò in piazza Beccaria, ove abitava quell'amico birbone, era verde a dirittura. Si fermò mezzo minuto sul portone, quasi a riprendere fiato: poi, col gesto di Cesare al Rubicone, salì le scale e bussò al terzo piano. Gli aprì una cameriera belloccia, col naso in su.

— Chi cerca?