Tornando a casa, il cavalier Cipicchia, nello slacciarsi la cravatta, guardò la paffuta Felicetta, che russava a bocca aperta, e mormorò con accento di profonda commiserazione:
— Donna virtuosa ma inconsapevole, hai tu il più lontano sospetto che l'umanità abbia avuto un filosofo che si chiama Schopenhauer?... oh, anima confinata tra le matassine e la pignatta, tante cose non seppe Pico della Mirandola, quante tu ne ignori e ne ignorerai!
Poi, si coricò anche lui, dormì e sognò che la signora Barbetti gli traduceva e gli spiegava, una per una, le settantamila pelli di bue dello Zendavesta.
Per quindici giorni di seguito, il cavaliere Cipicchia fece una corte onesta sì, ma ostinata, implacabile, alla vedova Barbetti, che sera per sera lo seppelliva sotto cumuli enormi d'erudizione enciclopedica. A poco a poco, le relazioni divennero alquanto più intime, sebbene sempre nei limiti della convenienza, e per un momento parve che l'austera e dotta epidermide di donna Eleonora vibrasse di oscillazioni simpatiche all'avvicinarsi del cavalier Cipicchia. Occhiate languide, sorrisi, e piccole strette di mano s'intercalavano, per così dire, nel testo delle disquisizioni scientifiche o filosofiche di donna Eleonora: poichè Ignazio non era padrone di metter bocca sopra una cosa, o un coso, o un caso qualunque, che lei non avesse pronto il suo commento dottorale, d'un'erudizione inesorabile.
Più che una donna, era una cattedra.
La cosa, anzi, prese tal piede, che il cavalier Cipicchia, nelle espansioni versate nel solito gilé dell'amicizia, in capo a due settimane ebbe a dire:
— È un portento, quella donna!... non ho mai sentito nulla che.... anzi, se proprio l'ho a dire, è persino troppo.
— Davvero?
— Ah sì, troppo!
Il grido partiva dal cuore, e Ignazio Cipicchia aveva ragione: per quanto varia, l'erudizione di donna Eleonora diventava assolutamente asfissiante.