In una bella giornata di maggio, la signora Eleonora vedova Barbetti, piena di mellifluità sentimentale, invitò il cavaliere Cipicchia a un pranzetto intimo e idiliaco, in una modesta palazzina ch'ella aveva in affitto a Frascati.

Il cavaliere rimase quasi spaventato da questa audace partita di piacere silvestre, ma in fin de' conti pensò:

— Le mie intenzioni sono pure: non si tratta che d'un amore intellettuale: io sono un uomo serio: lei è una signora seria.... troppo seria.... troppo!

Così che, malgrado i perfidi lenocinii dell'ottobre e della campagna, il cavalier Cipicchia si recò a Frascati con la coscienza tranquilla e anche un pochino lusingato dal pensiero che forse un idilio platonico, sotto le olmate laziali, avrebbe finalmente elevato quelle due anime un tantino nell'azzurro, al disopra delle massime filosofiche e dell'archeologia scientifica.

Quel giorno, c'era un po' di Catullo, un po' di Orazio, nel cavalier Cipicchia.

Ma, tutto sommato, forse, un Orazio.... Fiacco.

Alle tre, giunse al villino Barbetti, con un caldo formidabile, sotto il sole scottante, che lo faceva andare in acqua dal sudore. Donna Eleonora, insieme con una sua cognatina, femmina magra, muta e insignificante, lo accolse con un sorriso quasi angelico e fece portare dei rinfreschi nel salotto, ch'era a pianterreno.

— Ah, qui si sta bene: — esclamò Ignazio, rifiatando e lasciandosi cadere sopra un sofà, — carino tanto, questo salotto! anche il pianoforte!