Ne vedevamo confusamente le case, i campanili, le torri, tutta vaga e incerta nel contrasto della luce, con delle trasparenze da miraggio. Ci appariva oltre la spalla del Sabotino, fra il fianco destro del monte ed un profilo oblungo ed oscuro di collina denudata, il profilo del Podgora. Era pallida, indefinita, immersa in una bruma celestina, in un vapore di serenità, e nel centro dell'abitato la piccola altura della sua vecchia fortezza era come fatta di nebbia. La città lontana pareva aperta, accessibile, in attesa. Sembrava di dovervi poter giungere tranquillamente scendendo per la strada di Plava. Le barriere umane erano troppo poca cosa, e lo sguardo scorreva sull'unità del piano come sopra un mare, passava sulla grande eguaglianza della terra, sulle ondulazioni facili dei declivî, cercando l'ostacolo che ferma un esercito, cercando la muraglia di ferro, e non riconoscendola in qualche minuto, infimo, lieve e sottile ombreggiamento da siepe, appena visibile, senza rilievo, confuso nel colore dei campi: quello che è una trincea nell'immensità di un paesaggio.

Abbiamo rivisto Gorizia più vicina, dalla cima del Monte Quarino, presso a Cormòns; poi anche dalla vetta del Monte Medea, che è simile a un'isola sulla verde e calma distesa della pianura, il monte dal quale Attila contemplò con germanica gioia l'incendio che divorava Aquileja. E tutte le volte la città, avanti alla quale l'uragano della guerra da quattro mesi imperversava, ci ha dato la illusione di una aspettativa tranquilla in fondo alla vallata dischiusa, senza vigilanze visibili. Parevano assai più possenti le antiche fortezze dai bastioni quadrati, larghi, che trasformavano la fisionomia dei monti, e disegnavano una minaccia sulle vette, che non i muricciuoli ineguali, primitivi, minuscoli, nascosti, della guerra moderna, cementati col sangue. La fronte di una resistenza appare evidente sulle creste dei massicci alpini, allacciata alle rocche della creazione, identificata nei castelli immani della roccia. Ma sul digradare dei colli, sulle ondulazioni verdi delle ultime pendici, sulla pianura unita, essa sfugge. Pare che non ci sia più nulla di insormontabile da varcare, che il paese sia tutto una strada, che il suo aspetto accolga e conduca.

La guerra moderna ha fatto scendere i forti dalle loro posizioni; li ha per così dire sminuzzati, li ha sparsi per tutto, sui campi e sulle balze; ha disseminato la fortificazione sopra ogni angolo di terra; non ha lasciato un lembo di suolo senza il suo bastione; ha fatto d'ogni fosso, d'ogni argine, d'ogni recinto, d'ogni ciglione, una formidabile ridotta. L'offensiva è divenuta assedio, non ha altra manovra che la zappa e l'assalto, deve spezzare delle cinture di fortezze, deve vincere e rivincere ad ogni piccolo passo in avanti. Non è una battaglia che si combatte di fronte e ai fianchi di Gorizia, è una catena di battaglie. E subitamente lo spazio conquistato appare immenso quando le terribili difficoltà superate si rivelano, quando si scorge da dove il nemico è stato a viva forza scacciato, quando le nostre posizioni si delineano dalle spalle del Sabotino alle pendici avanzate del Carso.

Siamo nella zona più nota della guerra, sulla fronte più attiva e tempestosa verso la quale l'animo della nazione si è teso con maggiore fervore, presentendo fin dall'inizio che qui, in questa larga apertura della frontiera per la quale il nemico si affacciava sulle nostre pianure indifese, sarebbe avvenuto lo sforzo più intenso, il maggiore impeto di masse. La critica e la cronaca della guerra hanno rese familiari queste regioni, dalle quali arrivarono ai giornali le prime visioni del conflitto e le descrizioni più ampie. Il lettore conosce oramai la fisionomia della lotta, sa quale sistema di difesa il nemico abbia adottato, ricorda l'aspetto generale del campo di battaglia.

L'Isonzo corre all'estremo limite della pianura: al di là del fiume il terreno ridiviene montuoso. Il nemico aveva fatto di queste alture oltre l'Isonzo un immenso spalto di fortezza, della quale il fiume era il fossato. Avanti a Gorizia tutte e due le rive del fiume sono montuose: di fronte il Monte Santo sulla sinistra, il Sabotino sulla destra, vicino al Sabotino le brevi ondulazioni di Oslavia, vicino ai colli di Oslavia il Podgora, ultimo sperone sulla pianura. Questo gruppo di alture al di qua dell'Isonzo il nemico aveva conservato e fortificato, costituendo una poderosa testa di ponte che difendeva il passaggio e garantiva a lui il libero varco del fiume nella possibilità di una offensiva. Questa era la situazione all'inizio del conflitto.


Ricordo gli ultimi giorni di maggio, quando, varcata d'un balzo la frontiera, le nostre truppe iniziavano l'attacco della testa di ponte di Gorizia. Le fanterie assalivano furiosamente le piccole trincee, ai piedi delle alture, gettandosi contro ai reticolati senza ancora conoscerne la forza, cercando di svellerli con le mani, di aprirsi un varco come in una siepe. Attanagliati ai fili rimanevano dei morti, che non parevano morti, tanto i loro volti conservavano una espressione di volontà e di furia e i loro corpi eretti un gesto di vigore. Tuonavano contro al Sabotino le nostre artiglierie da San Martino, da Quisca, da Bigliana, le strade al nord di Cormòns erano affollate di cannoni, di cassoni, di carri, artiglierie da posizione salivano lentamente trascinate da lunghe file di buoi bianchi, e il Monte Santo, la vedetta nemica, osservava freddamente tutto questo movimento, occhieggiando da lontano al di sopra della spalla del Sabotino.

Gli austriaci hanno per tutto questo vantaggio: vedere. Il terreno sale sempre di fronte a noi; al di là di una montagna ce n'è una più alta. Non ci ha preoccupato l'ascesa, ma la vigilanza. Lo sguardo del nemico scopriva tutto il nostro scacchiere, seguiva ogni mossa, poteva guidare sopra ogni punto, con precisione, il fuoco di cannoni lontani. In certi settori esso vigila ancora la rete delle nostre strade, scopre la vampa d'ogni nostro colpo. Abbiamo dovuto preparare ardite battaglie allo scoperto, senza segreti, e le nostre vittorie acquistano un valore magnifico di audacia, una grandezza prodigiosa di nobiltà e di vigore, per questa lealtà ineluttabile, per questa disperata sincerità che ci faceva trovare il nemico sempre pronto, sempre in forze, cognito del nostro piano.

Quelle prime azioni non erano che una presa di contatto, non avevano che una importanza di ricognizione. Ci aspettavamo una difesa ben preparata, sapevamo che il nemico aveva da anni studiato minutamente quella zona dal punto di vista militare, le informazioni ricevute erano concordi nel riferirci che grandi lavori di protezione si erano compiuti, ma gli ostacoli sui quali la nostra offensiva urtava superavano in potenza quello che l'opinione comune potesse prevedere. Per tutto erano ranghi numerosi di trinceramenti di calcestruzzo, con blindature di acciaio, con reticolati alti e profondi sostenuti da pali di ferro infissi nel cemento, erano batterie incavernate che incrociavano i tiri, erano sviluppi immensi di reti telefoniche e telegrafiche, innumerevoli osservatorî, zone minate. Nei primi giorni del giugno la battaglia vera cominciò.

Ebbi la ventura di assistere all'inizio della lotta gigantesca. Il sei si passava il basso Isonzo a Pieris, l'otto si occupava Monfalcone, il nove si attaccava Plava, il dieci ci trinceravamo a Gradisca. Si combatteva su tutta la fronte; Lucinico ardeva; Mossa ardeva; le alture erano velate a tratti dal fumo delle esplosioni; sulla pianura si sfioccavano le nubi degli shrapnells austriaci; il nostro attacco saliva le spalle del Sabotino e del Podgora, sulle cui vette intenibili l'onda dell'assalto oscillava. Ora avvicinando il campo di battaglia dalla parte di Cormòns, si rimane stupiti di non riconoscere più certi luoghi.