Il Podgora in quei primi giorni della lotta era una collina tutta coperta di bosco, verde, oscura, con quel profilo nuvoloso, a masse, che hanno i declivî selvosi, sui quali l'intreccio ampio delle fronde si sparge e si allarga con una morbidezza folta da pelliccia. A metà della costa qualche vigna, una verdura più chiara e più minuta. Il declivio si spegneva dolcemente fra le case di Lucinico. Adesso il Podgora è nudo.
Pare più piccolo, così spogliato del suo spesso mantello d'alberi. Nudo, sterile, rossastro, lacerato, bucato, ferito, non si somiglia più. Ha ricevuto centinaia di migliaia di cannonate. Le granate hanno tutto distrutto e tutto sepolto. Dopo aver bruciacchiato, sfrondato, stroncato e abbattuto gli alberi, esse hanno rovesciato sui tronchi atterrati eruzioni di zolle e di sassi. Non v'è più un filo d'erba; ogni vita vi è estinta. Il Podgora è il sinistro cadavere d'un colle cosparso di cadaveri d'uomini. Il nostro lavoro di zappa ha dovuto qualche volta deviare perchè scavava sotto ad un carnaio di nemici.
Sulla groppa della collina, dove nessuno dei due avversari resiste, rimane in piedi qualche decina di fusti nerastri, senza rami, un po' inclinati qua e là, scossi dalle esplosioni come da una tempesta, e sulla vetta principale, sconvolta, non ci sono che tre tronchi, tre soli, equidistanti, che ricordano le croci del Golgota e che l'hanno fatto battezzare Monte Calvario.
S'incontrano per la strada da Cormòns a Mossa degli uomini che tornano dal Calvario o che ci vanno sereni e contenti, non trovando niente di specialmente terribile in quella posizione, sulla quale si sono scatenati assalti senza numero. Dei gruppi di volontari triestini vi hanno compiuto prodigi di valore insieme alla truppa della più vecchia Italia. Tutta la costa dell'altura era difesa da una successione di trincee blindate, protette da reticolati e da mine, e sono state prese ad una ad una, a colpi di zappa, a colpi di esplosivi, a colpi di baionetta. Ogni possibilità offensiva del nemico è stroncata; la testa di ponte è ancora un ostacolo ma non è più un pericolo; non sporge più verso di noi la minaccia di una base di concentrazione, non ha più sfogo.
Sul fiume, Podgora, come il Sabotino, scende con un declivio precipitoso e breve, e su quel pendìo ripido gli austriaci sono ridotti, ad onta dell'appoggio delle batterie d'ogni calibro nascoste sul Monte Santo, sul monte di San Gabriele, sulle colline di San Marco, al di là di Gorizia. Vi si tengono arrampicati in trincee massicce, sotto blindature di acciaio, in mezzo a un dedalo di cunicoli, di gallerie, di tane. Sopra la vetta sgombra, battuta dai cannoni delle due parti, passano di qua e di là bombe lanciate da apparecchi speciali, e la notte essa è vividamente illuminata da un vigilante incrocio di proiettori, percossa da granate.
Verso la linea estrema della nostra occupazione, per gl'incamminamenti coperti, si ode spesso un lieto abbaiamento di cani, come se una caccia si svolgesse nel dedalo delle trincee, e per i sentieri scavati nella terra vanno e vengono strani equipaggi che ricordano certe carrettelle dei contadini fiamminghi. Sono piccoli veicoli che dei cani robusti, volonterosi, di quei cani da gregge e da pagliaio, bastardi, grossi e vellosi, trascinano ansimando, la lingua penzoloni, con una vivacità consapevole nello sguardo dolce, come se comprendessero l'importanza e l'urgenza del loro lavoro. Un conducente accompagna due o tre cani alla volta, li incoraggia, li chiama per nome, li aiuta nei passi difficili. Giunte alla trincea le brave bestie si accucciano fra le stanghe dei loro carrettini, col petto affannato e arruffato sotto al finimento di cuoio, e guardano il soldato che le guida, attente, il muso di traverso, le orecchie sollevate, la coda agitata, aspettando la carezza. In qualche settimana gl'intelligenti animali hanno imparato, conoscono la strada; il frastuono del combattimento non li spaventa più e vanno al fuoco come veterani.
Mentre osservavamo il Podgora, gli austriaci ci bombardavano Capriva, un villaggio fra Gorizia e Cormòns. Da alcune settimane devastano ora l'uno ora l'altro dei paesi sul piano. Credono forse di demolire i nostri quartieri d'inverno. Un fumo denso e scuro passava sui tetti. Bombardavano anche Villanova, ai piedi del Monte Fortin, lieve altura sulla riva destra dell'Isonzo. Lontano, una grande colonna di fumo bianco: un deposito nemico ardeva, incendiato da una granata nostra, nel sobborgo goriziano di San Pietro. Spesso un rumore di battaglia scendeva dal cielo.
Era un tempestare rapido di esplosioni altissime nell'azzurro. Il fuoco dei cannoni antiaerei inseguiva aeroplani nemici. La caccia ci fermava attenti, pieni di crudeli speranze. Le nuvole degli shrapnells si seguivano in fila; creavano una lunga, strana punteggiatura bianca sul sereno, cancellata con lentezza dal vento fino a formare una scìa pallida e confusa, una specie di via lattea striata e diafana. Minuscolo, chiaro, lontano, veloce l'aeroplano filava avanti ai colpi, più in alto.