Appena lasciato con gli occhi era perduto nella luce. Nuove nuvolette ce lo indicavano, più in là. Pareva una corsa fra il volo e i colpi di cannone. La macchina alata fuggiva dai tiri di una batteria e incontrava i tiri di un'altra. A intervalli il bombardamento del cielo cessava, per ricominciare più remoto. In un certo momento, quattro aeroplani austriaci volteggiavano sulla zona di Cormòns.
Si difendevano sollevandosi. È ben raro che il tiro dei cannoni possa abbattere un aeroplano da guerra, che solca lo spazio a cento o centoventi chilometri all'ora, ma lo costringe a fuggire in elevazione, a cercare la salvezza nelle altezze gelate dell'atmosfera da dove la visione della terra si confonde e l'osservazione perde accuratezza. Poi dei grandi uccelli tricolori sono sopravvenuti. Alcuni tornavano dalle ricognizioni e scendevano a motore spento come scivolando vertiginosamente sopra un immenso invisibile pendìo; altri si levavano allora con un roteare largo e solenne. Per un minuto il cielo è apparso tutto solcato dai voli. Qualche boato profondo ha scosso l'aria, e nembi densi e foschi si sono sollevati dalla terra. Il nemico lasciava cadere delle bombe.
Voleva forse colpire dall'alto qualche convoglio che passava sulla strada vicina. Le bombe scoppiavano sui campi. I conducenti guardavano con indifferenza il fumo che scorreva sull'erba e fra i filari di alberi; il convoglio proseguiva con lentezza il suo cammino. Ad uno ad uno gli aeroplani sono scomparsi. Il cielo si è di nuovo fatto silenzioso e limpido. Abbiamo allora udito brontolare il cannone in fondo alla pianura, sulle lontananze azzurrognole del Carso.
Oltre Capriva, ai piedi del Podgora, vedevamo le case sventrate di Lucinico. Il bombardamento e gl'incendî vi hanno tutto diroccato e distrutto. Lucinico è così prossimo a Gorizia che, visto da lontano, si confonde con la città. Ne è quasi un sobborgo, separato appena da un chilometro di strada e da un ponte. A Lucinico la battaglia ha infuriato.
Aprirsi un varco a Lucinico verso Gorizia voleva dire aggirare il Podgora, far cadere la possente difesa delle alture, voleva dire sfondare lo sbarramento frontale di Gorizia. Mentre il martellare degli assalti percuoteva e sfasciava successivi trinceramenti sul pendìo occidentale del Podgora, il nostro attacco, fiancheggiando a destra questa azione, si sferrò su Lucinico.
Le prime difese all'entrata del villaggio furono spazzate via. Successe un combattimento all'antica, da casa a casa, da angolo ad angolo, da porta a porta, una battaglia da pittura di guerra. Appena il villaggio fu nostro, cominciò il bombardamento austriaco, furibondo; tutto era fuoco e fumo; si udiva lo scroscio dei crolli dopo ogni esplosione; le macerie si sparpagliavano con una violenza da proiettili sollevando opachi e persistenti nembi immani di polvere, e alla notte, sopra a questo tumulto danzava il riflesso vivo e sanguigno degl'incendî. L'attacco continuava.
Le grandi opere di trinceramento preparate dal nemico erano al di là. Lavori in cemento, blindature in acciaio, linee successive di posizioni e di ostacoli, tutto quello che la scienza e l'esperienza hanno trovato di più formidabile per lo sbarramento di un piano, era ammassato su quello sbocco. La difficoltà più grave all'assalto non era l'invulnerabilità delle trincee nemiche, non era l'intensità del loro fuoco, era il reticolato, quella cosa che appariva così lieve nella distanza, così leggera e sfumata come una bruma azzurrastra. Sulle trincee si arriva, contro al fuoco si avanza, ma nessuna volontà e nessun eroismo potevano far valicare le sterminate barriere di fili di acciaio intessute sopra uno spessore di cinquanta metri. Allora i mezzi efficaci che abbiamo trovato per la distruzione dei reticolati non esistevano. Le grosse forbici a tenaglia, che così bene avevano servito ai giapponesi in Manciuria, si spezzavano. Per renderle inutili il nemico aveva adoperato dei fili grossi come cordicelle. I reticolati di Lucinico parevano inattaccabili. Si pensò al cannone.
Avvenne qualche cosa di gigantesco. Nella prima luce scialba, livida di un'alba, l'ora dei silenzi anche sul campo di battaglia, si vide un cannone uscire al galoppo dalle nostre posizioni. Si era dovuto lavorare a spianare un tratto di trincea per aprirgli il passo. Pareva che si lanciasse solo all'assalto.
Fra le due linee nemiche, in una fredda, pallida, tragica solitudine, imperterrito, il cannone galoppava alla morte. Andava lungo la strada bianca e diritta verso le trincee austriache. I suoi sei cavalli si allungavano vigorosamente nella corsa, sferzati dai conducenti saldi in sella, e il rombo metallico delle ruote si spandeva sulla quiete. L'ufficiale cavalcava a fianco del pezzo. Vi fu un minuto di sospensione, di sorpresa, di ansia, di ammirazione.