Pareva che il nemico stesso fosse tenuto immobile da un senso di rispetto e di stupefazione. Forse non capiva, non si rendeva conto, di quella sublime audacia. Ma subito dopo la fucileria austriaca cominciò, intensa, scrosciante, allarmata, da tutti i punti, di fronte e di fianco, dalla strada di Gorizia, dalla strada di Gradisca, dalle pendici del Podgora.

Il cannone si fermò a centocinquanta metri dai reticolati. Si potè scorgere qualche cavallo già ferito che si abbatteva agitando convulsamente le zampe. Poco dopo, distaccati dal pezzo, gli altri pure cadevano, tentavano di risollevarsi, ricadevano. Gli artiglieri eseguirono la manovra della messa in posizione, presero i loro posti, tuonò il primo colpo. Vi fu una pausa per regolare il tiro, poi il fuoco riprese, rapido, regolare. La trincea battuta scomparve nel fumo, ma si intravvide al di là una confusione di fuga, uno sparpagliamento di gente in corsa verso i fianchi. Il nemico abbandonava la posizione.

La fucileria austriaca infuriava sempre dalle trincee laterali. Su quell'affaccendamento di pochi uomini intorno ad un cannone, su quel minuscolo gruppo vivente nell'immobilità grigia della zona scoperta, era una grandine di piombo. Qualche servente di tanto in tanto si accasciava colpito. Allora dalla trincea nostra partiva di corsa un artigliere a sostituirlo. E il fuoco continuava.

L'artiglieria nemica si destò. Dei proiettili cominciarono a scoppiare intorno, vicino, ad avvolgere il cannone in cumuli di fumo. Ma si udiva sempre il suo tuono impetuoso, eguale, insistente, ostinato, furibondo.

Ad un certo momento una voce ingigantita dal megafono gridò da là, dal fumo: «Granate! Portateci granate!». Un cassone con trentotto granate uscì dalle posizioni e si slanciò al galoppo in quell'inferno. Il fuoco del pezzo non aveva avuto che una breve sospensione. Con le nuove munizioni il tiro ricominciò veloce. Il cannone affrettava la sua opera quasi presentisse la brevità del tempo che gli restava a vivere. Era circondato da un balenare di scoppi, da un fragore ininterrotto. Un albero vicinissimo, sul margine della strada, cadeva schiantato. Su quel punto convergeva il furore di batterie intere. Nell'uragano delle esplosioni si distinguevano i colpi del cannone nostro, regolari, serrati.

Poi il suo tiro a poco a poco rallentò. Si fece ineguale, ebbe delle pause. Gli ultimi colpi erano separati da lunghi, angosciosi intervalli. Ma il fuoco moribondo del pezzo, che si comprendeva manovrato da qualche ferito, continuò finchè tutte le granate furono scagliate contro l'ostacolo, tutte. Allora soltanto, definitivamente, il cannone tacque. Imperversò ancora su di lui la tempesta del bombardamento. Quando anche essa languì e il fumo si dissipò, sulla strada deserta non c'erano più che delle cose informi.

Il cannone, colpito ad una ruota, con l'affusto sfasciato, era rotolato nel fosso. Cominciò allora una lotta per non lasciar cadere quei gloriosi rottami in mano al nemico.


L'eroico sacrificio di quel pezzo aveva costretto l'avversario a rivelare tutte le sue posizioni. Una breccia era aperta sulla strada, ma inoltrarsi era impossibile in mezzo ai fuochi incrociati di fucileria e di artiglieria che convergevano da ogni parte, risvegliati dall'allarme, provenienti da trincee delle quali soltanto allora poteva valutarsi l'importanza e scoprirne la disposizione. Non potevamo muoverci, nessun assalto sarebbe arrivato in quelle condizioni. Nuove disposizioni si meditavano, la situazione poteva essere studiata nella sua realtà. Nelle trincee i soldati non pensavano che al cannone che bisognava riprendere.

Per tutto il giorno fu tenuto lontano il nemico. Gli artiglieri della batteria erano in trincea con i fucilieri. E furono gli artiglieri che alla fine vollero uscire, sotto al fuoco, inoltrando lungo gli argini della strada. Essi riportarono indietro i cadaveri degli uomini e il pezzo.