In ogni combattimento, sul tumulto oscuro di innumerevoli eroismi si solleva gigantesca, solenne, possente, la bellezza terribile di qualche fatto leggendario, come un monumento sulla folla. In nessuna guerra come in questa il valore è arrivato a così sovrumane grandezze. Sugli orizzonti della storia le generazioni da secoli vedono torreggiare il ricordo di gesta che non arrivano alle altezze di episodî che si svolgono ora, per tutto, senza incitamento di gloria, con la ineffabile semplicità dell'impensato, dell'istintivo, dell'inconsapevole. Son pochi i fatti che arrivano ad essere conosciuti, e nessun nome rimane scolpito su queste vette dell'epopea. I protagonisti non sono più degl'individui, hanno una personalità più grande, sono il popolo, sono la razza.

Per questo gli episodî eroici acquistano qui un colore di naturalezza e non meravigliano più. Per uno di essi che arriva alla nostra conoscenza, cento restano ignorati, passano e scompaiono dalla memoria come le onde di una tempesta, varie, imponenti, mosse tutte dalla stessa forza, fatte tutte della stessa materia, che lasciano l'impressione di una cosa sola: il mare in furia.

Oscuri e sublimi sacrifici volontari crearono il varco ad ogni avanzata, e di avvenimenti che avrebbero gonfiato di orgoglio il cuore della nazione, rimangono tre righe di rapporto richiamate da un numero di archivio. Percorrendo la fronte si scopre che gli ardimenti più grandi non sono isolati, che scaturiscono in ogni settore nelle stesse circostanze. Il cannone eroico di Lucinico ha dei confratelli per tutto, a Gradisca, a Sagrado, sul Carso....

A Lucinico dopo quella battaglia la nostra fronte sostò, mentre varcava l'Isonzo a nord e a sud, a Plava e a Sagrado, e la conquista si affermava sull'altra riva. Gorizia si vede vicina, pittoresca, intatta dalle trincee di Lucinico. I suoi edifici più nuovi e più bianchi, senza una ferita sulle loro facciate, avanzano verso il fiume, lungo viali alberati, e alla sera tutti i suoi vetri si accendono dei bagliori del tramonto, con un'apparenza di illuminazione e di festa. I campanili delle chiese numerose si affacciano incontaminati dalla guerra al di sopra dei tetti. Soltanto la stazione di San Pietro, che serviva ai trasporti di materiale da guerra ed era circondata di depositi, è stata danneggiata dalle nostre granate. Contro ad una grande tettoia da locomotive il tiro fu sospeso perchè sorse il dubbio che potessero esservi raccolti dei rifugiati.

I cannoni del nemico devastano, i nostri combattono soltanto. Non colpiscono che i punti dei quali è accertata l'importanza militare. Non fanno la guerra agli inermi, alle case, ai monumenti. Da una parte è la rovina, un paesaggio da terremoto, dall'altra continua rispettata la vita passiva e silenziosa delle città spopolate che aspettano.

Il nemico, che spesso finge di arrendersi e massacra, che alza bandiera bianca e fa fuoco, che copre con la croce rossa convogli di munizioni, che spara sulle ambulanze e sui portaferiti, che fa prigionieri dei medici, che bombarda villaggi abitati, potrà trarre qualche beneficio della nostra lealtà. Ma noi sentiamo in noi stessi l'immensa forza di una superiorità morale, la coscienza di rappresentare la formidabile nobiltà del diritto.

SULL'ISONZO E SUL CARSO.
UNA MIRABILE IMPRESA GUERRESCA.

5 ottobre.

Chi si avvicina adesso all'Isonzo, attraverso la pianura friulana, prima ancora di arrivare all'antica frontiera cerca in fondo all'orizzonte l'altura strana e terribile che è il terreno della lotta più ardente, il campo delle più vaste battaglie della guerra. Il suo profilo si distacca a poco a poco dal confuso e sbiadito sollevamento lontano delle Alpi Giulie, si precisa, prende rilievo, e lo sguardo non lo lascia più. È l'ultima propaggine del Carso, l'immane gradino sul quale la nostra offensiva è salita.

Non ha l'imponenza di quelle montagne guerriere che s'offrono ai combattenti delle posizioni turrite, non ha l'aperta e fiera ostilità del Rombon e del Monte Nero. È una singolare collina, lunga, adagiata, senza sbalzi di vette, senza quell'imperioso levarsi di una cima che mette ad ogni monte come una testa dominatrice. Sembra accucciata, il suo dorso ha una immobilità rettilinea. Bisogna avvicinarsi per scorgervi qualche ondulazione. Allora si osserva che quella barriera va innalzandosi a sinistra, e sale senza vigore fino ad una specie di protuberanza terminale: il monte San Michele. Si distinguono meno, dal lido opposto, altre piccole onde: il Monte Sei Busi, poi il Monte Cosich più lontano. Nell'insieme l'altura si disegna con la regolarità di un oscuro bastione.