È un bastione lungo dodici chilometri, alto qualche centinaio di metri, che avanza a saliente, che penetra ad angolo nella pianura come lo sperone di una prodigiosa fortezza. Il fiume gira alla base di questo spalto immane, ne lambe le pendici per un lungo tratto, poi se ne discosta e scende tortuoso al mare. Ai piedi delle alture è un affollamento chiaro di cittadine e di villaggi, Gradisca a sinistra, quasi sotto al San Michele, Sagrado alla punta più avanzata del saliente, poi Fogliano, poi Redipuglia, poi Ronchi, a destra Monfalcone, disordinate mandrie di case che sembrano fermate dall'ostacolo del Carso e adunate là sotto in una perenne attesa. Ora il cannone austriaco le macella.

Avvicinandosi al Carso la pianura si fa triste. Su dei campi abbandonati il calpestamento dei bivacchi ha aperto larghe plaghe di sterilità; altrove la campagna inselvaggisce in una invasione rigogliosa di vegetazioni parassite. Tutta la vita è sulla strada, polverosa e fangosa, percorsa da convogli e da truppe, animata da squadre che lavorano al rafforzamento di argini o allo scavo di fossati. Passato il fiume comincia la visione pietosa dei villaggi bombardati. Erano rimasti intatti e viventi fino ad un giorno recente nel quale il nemico ha aperto le ostilità contro di loro.


La popolazione emigra sotto alle granate, ma poi quasi sempre ritorna e si riannida tenace nelle case sconnesse, presso la chiesa crollata. Così a Turriaco, sgretolato qua e là dai colpi, abbiamo ritrovato un po' di vita. Dei bambini giuocavano vicino alle rovine di un edificio che aveva bruciato tutta la notte e che mandava ancora fumo e calore dalle sue macerie calcinate. A San Canziano, sulle soglie di case sfondate sono comparse delle donne. Il paesello è stato bombardato con i grossi calibri, come una fortezza.

Qualche casa è scomparsa. Una granata da trecentocinque ha distrutto interamente l'abside della vecchia chiesa, e dall'immane breccia si vede l'interno bianco del tempio sventrato, pieno di rottami, invaso dal vento che agita lembi di paramenti sulla devastazione degli altari. Siccome le granate non parevano sufficienti a sconfiggere il terribile San Canziano, degli aeroplani sono arrivati carichi di bombe, e, abbassando il volo per non sbagliare il colpo, hanno gettato i loro esplosivi.

Le case rimaste in piedi sono butterate di schegge, con delle imposte sfondate, con i tetti disfatti. Agli angoli, i lampioni di ferro della illuminazione pubblica pendono in informi grovigli dai bracci di sostegno. Fu a San Canziano che un cavallo fece un famoso volo, arrivato fino alle colonne dei giornali. La povera bestia, attaccata ad un carretto da battaglione, stava in un cortile quando, a due passi, scoppiò un proiettile da trecentocinque. Il carretto si sfasciò, il cavallo sparì. Per il momento fu creduto annientato dall'esplosione; ma alla sera si scoprì che, lanciato in aria dallo scoppio, il cavallo era ricaduto sopra una casa vicina, aveva sfondato il tetto, ed era sul pavimento d'una camera, morto ma senza ferite, coperto di polvere e di tegole rotte. C'è rimasta ancora la selletta col sottopancia.

Più avanti, Staranzano è quasi distrutto. Dobbia è in rovina. Le antiche case di Monfalcone si disfanno sotto ad un bombardamento inesplicabile e feroce, che non ha ragioni militari. Granate incendiarie appiccano il fuoco, completano la devastazione, e le fiamme sono vedute alla notte fino da pescatori che remano nella quiete buia delle lagune di Marano. Begliano è morta. Due facciate di case ancora in piedi illudono chi arriva. Prima di entrarvi il villaggio pare quasi intatto, e non c'è più. Ha l'aspetto di un paese abbattuto dal terremoto. Rimangono dei muri con delle finestre, isolati come quinte di teatro. Anche qui ha cannoneggiato il trecentocinque.

Uno dei giganteschi proiettili è arrivato attraverso i muri ad un pianterreno, senza esplodere, e dalla strada si vede il terribile intruso nell'interno della casa. La finestra è spalancata, e chi passa scorge nell'ombra la granata enorme e nera, adagiata sopra un letto di calcinacci, allungare il muso aguzzo e formidabile nell'angolo di una modesta cameretta adorna di oleografie, piena di tristezza e di rassegnazione. Il resto della casa è crollato per altri colpi. Ancora pochi passi, e in una piazza cosparsa di rottami fumano ancora le macerie di una vecchia villa.


L'hanno colpita con granate incendiarie. Un grande avanzo della fronte, annerita dalle fiamme, tiene come sospesi dei lembi di adornazione classica, che l'immaginazione prolunga nel vuoto completando le linee del palazzo secolare. In alto, due statue di pietra settecentesche, rimaste sole in piedi sul coronamento, avvolte con grazia in lievi drappeggi, hanno un gesto leggiadro di danza, una posa da minuetto, e sorridono. Qualche granata passa nel cielo rombando e soffiando come un'elica da aeroplano, diretta chi sa dove, e il suo rumore si spegne. Va forse alla ricerca dei nostri ponti.