Il Carso appare vicino. Da Begliano si distingue bene la prominenza del Monte dei Sei Busi. Nella luce di un tramonto vedevamo tutto ardente quel baluardo fortificato che domina la pianura e ne comanda ogni approccio. Come le nostre truppe hanno potuto avvicinarlo, come hanno potuto attraversare il fiume sotto ai suoi cannoni, forzare il passo, salire all'assalto, insediarsi sul ciglione? L'immane spalto di pietra è stato preso per un miracolo di abilità, di pertinacia, di eroismo.

L'Isonzo è stato varcato a viva forza sotto alla fucileria e alle cannonate, col nemico trincerato di fronte, a poche centinaia di metri. Più volte i nostri ponti appena gettati sono stati distrutti dalle granate. Mancato un tentativo si ricominciava. Si è preso piede sulla riva sinistra a poco a poco in virtù di un'audacia inflessibile, tenace, magnifica. Il passaggio dell'Isonzo è uno dei fatti più meravigliosi nella storia delle guerre.

Oltre alla difficoltà che è nella disposizione del terreno, oltre alla preparazione del nemico, avevamo contro di noi una ostilità imprevedibile di circostanze. Il fiume stesso pareva cospirasse ai nostri danni. Mentre stavamo per tentare il primo passaggio, l'Isonzo si mise in piena. Il piccolo corso d'acqua veloce e chiaro divenne una immensa fiumana vorticosa e torbida. Le piene dell'Isonzo sono impetuose e subitanee. Fu allora che i ponti di Caporetto vennero travolti isolando i nostri reparti che salivano alla conquista del Monte Nero.

Ecco la ragione di una sosta delle operazioni nel basso Isonzo dopo il primo slancio dell'invasione. Tre giorni dopo la dichiarazione della guerra, le nostre ricognizioni già avevano scelto i punti di passaggio sul fiume. L'ultimo giorno di maggio ci avrebbe forse potuto trovare sulle pendici del Carso. L'alluvione ci fermò. Il nemico profittava intanto della piena per provocare quella inondazione del piano, fra Sagrado e Monfalcone, della quale narrammo diffusamente nelle cronache di giugno. Con l'inondazione gli austriaci sottraevano un vasto territorio alla manovra, restringevano i punti possibili di attacco e potevano concentrare su di essi la difesa.

Sei giorni trascorsero nell'attesa. Il 4 giugno l'Isonzo decresceva. Si iniziarono le operazioni per varcare subito il fiume nel punto meno contrastato, verso Monfalcone. Tutte le artiglierie di un corpo di armata aprirono il fuoco alla sera. All'alba del giorno dopo due battaglioni traghettavano su barche, spezzavano una debole resistenza del nemico, inoltravano verso Pieris. Dietro a loro si gettavano i ponti militari. A mezzogiorno forse una intera divisione era sulla riva sinistra. Incominciava l'avanzata su Monfalcone, che fu presa due giorni dopo. Ma l'inondazione isolava questa mossa.

Fra le truppe che agivano nella zona di Monfalcone e quelle che agivano nella zona di Gradisca si distendeva la calma di una immensa palude. Un nuovo passaggio dell'Isonzo doveva operarsi indipendentemente, senza appoggi sul fianco, ai piedi delle alture, di fronte alle posizioni nemiche. Bisognava fare un ponte e dar battaglia nel medesimo tempo. Fu il 9 di giugno, di fronte a Sagrado, che avvenne la prima traversata del fiume. L'attacco premeva quel giorno su tutta la fronte per inchiodare le riserve nemiche; si combatteva sul Podgora, si tentava il primo traghetto di forze a Plava, si prendeva la Rocca di Monfalcone.


Le posizioni nemiche da Sagrado a Sdraussina sono bombardate; ma gli austriaci, al sicuro dagli assalti sull'altra riva, lasciano le posizioni battute per rioccuparle appena il cannone rallenta. Sagrado si addossa alle falde del monte, si rannicchia fra le pendici e il fiume, e da lontano il suo campanile pare come attaccato all'oscuro sfondo del declivio. Avanti al paese, il vecchio ponte distrutto dal nemico non è più che un cumulo di grandi macerie fra le quali l'acqua s'agitava a vortici e cascatelle scrosciando e spumeggiando. Un poco a monte di Sagrado, fra due rive folte di cespugli, il fiume forma un isolotto oblungo, cinereo, fatto di sabbie chiare e cristalline e di ghiaia. Questa località è scelta per il passaggio. Si considera più facile gettare due piccoli punti fra l'isola e le rive che non un solo grande ponte dove il corso del fiume è largo e unito. L'isolotto offre come una tappa, una base intermedia, divide l'operazione e la facilita. E poi la corrente è più calma in quel punto.

Tutto è pronto. Nell'ombra della sera la truppa destinata al primo passaggio inoltra silenziosa da Gradisca e si cela nei cespugli della riva. Il materiale per la costruzione si ammassa. Alle dieci e mezzo i pontieri cominciano il lavoro. Nel medesimo tempo numerose barche traghettano le avanguardie. L'isolotto si popola. Non si ode che un risciacquìo sommesso di remi. Due battaglioni hanno lasciato la riva destra. Delle barche tirate a secco e portate a braccia attraverso l'isola sono varate sull'altro ramo del fiume. Si traghetta ora verso la riva nemica. Le operazioni procedono rapide, ordinate, in una quiete profonda.

Le prime truppe che sbarcano dall'altra parte avanzano verso Sagrado. Un intero battaglione, una piccola parte del secondo, e dei drappelli del genio, formano questa estrema avanguardia, che oltrepassa la ferrovia e arditamente s'inerpica e si aggrappa alle pendici del Carso sopra Sagrado. Il nemico pare scomparso. Ma all'improvviso scroscia la fucilata dalla parte di Sdraussina. Gli austriaci tentano, con un attacco subitaneo sul fianco sinistro, di isolare i nostri. L'ultima compagnia sbarcata, che costituiva la riserva, si slancia contro al nemico. Non si trincera, non si difende: assalta. Nella notte, nell'ignoto, corre addosso al lampeggiamento dei colpi, che si estingue. Il nemico fugge. È inseguito, e quando i nostri ritornano verso Sagrado, sospingono una lunga mandria di prigionieri.