All'alba, il ponte sul primo braccio del fiume è quasi finito. Non mancano che tre campate per toccare l'isola. Si lavora con furia, con febbre, correndo; è una perpetua processione veloce di tavole e di assi, oscillanti sulle spalle dei soldati, che va verso la testata del ponte. Subitamente, un inferno di esplosioni. L'artiglieria nemica aggiusta il tiro sull'ultima campata, dove il lavoro più ferve. Degli uomini cadono; delle barche di lamiera, forate dalle schegge, si riempiono rapidamente d'acqua e affondano trascinando pezzi di ponte con uno scricchiolìo di legname spezzato, sfasciando travature, facendo saltare legamenti di ferro. Il lavoro è sospeso. La riva diviene deserta.
Il danno non appare irrimediabile. I cannoni nemici hanno cessato la devastazione. Due terzi del ponte sono intatti, e le campate distrutte alla testa possono essere rifatte. Non c'è tempo da perdere. Il fuoco austriaco imperversa adesso sull'isola e sulla riva sinistra. È un uragano di fucilate e di cannonate. Il furore di batterie e di battaglioni si concentra su quelle piccole zone, che un'oscillazione lenta di fumo va ricoprendo. Le nostre avanguardie isolate sono là sotto. L'artiglieria italiana tempesta, ma i cannoni austriaci ben nascosti continuano. Le nostre truppe fremono, ed i pontieri invocano l'ordine di riprendere il lavoro.
Il lavoro è ripreso. Immediatamente le granate austriache ritornano al ponte, e questa volta battono le campate di attacco e quelle del centro. Non rimangono più che brevi tratti del ponte ancora sull'acqua; il resto ha il lamentevole aspetto di un avanzo di naufragio. Ricominciare è impossibile. Del resto il materiale necessario per il completamento del ponte comincia a fare difetto. Si deve aspettare la notte per muoversi. È stato possibile traghettare alcuni feriti dall'isolotto, poi ogni comunicazione attraverso il fiume deve cessare. La giornata trascorre lenta in un'ansia mordente per la sorte dei due battaglioni rimasti sulla riva opposta e sull'isola. Che cosa avveniva laggiù?
Il nemico non ha osato un attacco su quella piccola forza che aveva passato l'acqua. Non si è mosso; ha creduto meglio agire da lontano. I nostri si sono ritirati dalle pendici di Sagrado ritornando alla riva. Là si sono trincerati.
Passato un primo soffio di sgomento inevitabile al sentirsi soli, senza soccorsi, contro masse di nemici, hanno preso le disposizioni della difesa. Il greto del fiume formava un angolo morto: vi si interrarono. I tiri di fucileria e di artiglieria passavano sopra a loro e finivano nell'acqua. Le perdite dovute al fuoco erano minime. Ma la situazione appariva delle più disperate, con un esercito di fronte e un fiume inguadabile alle spalle. Le teste dei soldati rannicchiati erano rasentate da raffiche di piombo; l'Isonzo s'impennacchiava tutto di spruzzi. Ogni speranza era nella baionetta; si aspettava l'attacco per slanciarsi fuori all'assalto.
Alla sera gli austriaci debbono aver supposto che non ci fosse rimasto un solo uomo vivo laggiù. Cessarono il fuoco e andarono a dormire. Nella notte calma ed oscura si riudì allora il tonfo lieve dei remi sul fruscìo gorgogliante delle acque. Ricominciò il traghetto sui due bracci dell'Isonzo. Mentre si ritiravano gli uomini, i pontieri lavoravano al ricupero del materiale, immersi nell'acqua, seminudi, salvando tutto quello che si poteva salvare del ponte distrutto.
Sull'isolotto erano rimasti senza ricovero sotto al fuoco terribile quattrocento uomini, con il comandante del secondo battaglione di avanguardia. Pareva dovessero essere annientati. L'isola non ha un rilievo, non un macigno, non un ciuffo d'erba, è una spianata grigia, scoperta, sulla quale si distingue un uomo da dieci chilometri. Sotto al fumo degli shrapnells si vedevano con angoscia, dalla riva destra, centinaia di corpi distesi e immobili, dei cadaveri certamente, su tutto l'isolotto. La notizia di un battaglione distrutto era sussurrata già più lontano. Ma quei cadaveri erano caduti in un modo singolare, tutti per un verso, allungati di fianco. Non si scorgeva che erano sdraiati contro a minuscoli parapetti. I soldati avevano scavato la sabbia umida e granulosa, facendovi delle fosse con le mani, con la paletta, con la visiera del berretto, e si erano imbucati. Alla sera avevano soltanto una cinquantina di feriti e una quindicina di morti.
L'ordine era tale, che le truppe reduci dalla audace spedizione sulla riva sinistra avevano conservato tutti i loro prigionieri, e traghettavano aumentate del numero dei nemici presi. Ma all'alba, per i ritardi dovuti al trasporto dei feriti, non tutti i soldati della eroica avanguardia avevano ripassato il fiume. Bisognò sospendere l'operazione.