Gli austriaci, usciti alla mattina dalle loro posizioni e arrivati alla riva, si erano accorti che quei nostri reparti che immaginavano massacrati erano scomparsi. Andavano per contemplare dei morti, e i morti se n'erano andati. Divennero furibondi. Si trincerarono sulla riva, e aprirono un fuoco serrato e cieco contro l'altra sponda. Arrivata la sera, la loro artiglieria ricominciò a bombardare gli avanzi del ponte. Dalla nostra parte, silenzio. Si era intenti al salvataggio degli ultimi superstiti. Appena ritornati i traghetti, tutta la nostra riva divampò. Per lunghe ore, nelle tenebre di una notte piovosa, continuò il frastuono del combattimento attraverso l'Isonzo contestato.

La notte dell'11, la notte del 12, la notte del 13, videro un affaccendamento silenzioso sulla riva. Si finiva il recupero del materiale del ponte. Intanto cercavamo un rimedio alla inondazione, che ci paralizzava sopra sette od otto chilometri di fronte, impedendoci di sfruttare il passaggio effettuato sul corso più basso dell'Isonzo, a Pieris, e di portare l'attacco fra Sagrado e Monfalcone. È noto come gli austriaci avevano ottenuto lo straripamento delle acque sulla pianura. A Sagrado una grande diga munita di chiuse sbarra l'Isonzo e raccoglie le acque per immetterle nel capace canale industriale di Monfalcone. Gli austriaci avevano serrato le chiuse e sfondato con le mine un argine del canale. L'acqua fermata dallo sbarramento abbandonava il letto del fiume, imboccava il canale, e per le rotture dell'argine dilagava sui campi.

Due obici di mezzo calibro con tranquilla audacia furono portati di fronte alla diga, nei pressi di Sagrado, a trecento metri dalle trincee austriache, sotto al fuoco della fucileria, e tirarono a granata sullo sbarramento. La diga fu sfondata in due punti, l'acqua si precipitò per le brecce scrosciando. L'inondazione cominciò a diminuire, ma troppo lentamente. Due ufficiali superiori del Comando Supremo, qualche giorno dopo, si spinsero in ardita ricognizione per studiare da vicino il problema del deflusso. Arrivarono carponi fino alle rovine del ponte di Sagrado, nascosti fra i cespugli e le alte erbe della riva. Una sentinella austriaca vigilava a pochi passi da loro. Si resero conto che l'apertura creata dal cannone sulla diga massiccia era insufficiente. Bisognava tentare ad ogni costo di riaprire le chiuse.


Una notte, un reparto del genio uscì dalle posizioni e scomparve nel buio. La fucileria nemica si destò poco dopo; una mitragliatrice martellava; il reparto doveva essere stato scoperto. Ma andava avanti, saliva sulla diga, strisciando, arrivava alle chiuse. Il loro macchinismo di apertura era spezzato. Le chiuse erano inchiodate. Le enormi saracinesche non si muovevano più. Nessuna forza umana poteva sollevarle. Queste difficoltà gravi non sono insormontabili per un soldato del genio che si è portato sulle spalle uno zaino pieno di gelatina esplosiva. In mezzo ad uno schioccare di pallottole che battevano sulle pietre della diga, delle mine furono accuratamente preparate. E pochi minuti dopo abbaglianti esplosioni aprivano la via all'irruenza delle acque. L'inondazione era vinta.

Era vinta, ma un allagamento così vasto avrebbe indugiato settimane a ritrarsi. Non si poteva aspettare. Il passaggio del fiume fu ritentato nella notte del 15 giugno. Il fuoco del nemico non permise lo sbarco delle prime avanguardie. Due notti dopo si rinnovò il tentativo, ma l'operazione dovette essere ancora sospesa. Gli austriaci vigilavano ora, e nei varchi minacciati concentravano un fuoco spaventoso di cannoni, di mitragliatrici, di fucili.

Il deflusso dell'inondazione era seguìto ansiosamente. Campi e strade emergevano a poco a poco, un nuovo terreno di attacco si scopriva con feroce lentezza. Ogni giorno perduto aumentava la forza e la preparazione del nemico. Tutta la nostra energia, tutto il nostro valore, tutta la nostra sagacia non potevano nulla contro l'ostilità insuperabile e passiva di una distesa di acque. Persisteva ancora l'allagamento in vaste zone, quando si ordinò l'avanzata contro la fronte Sagrado-Monfalcone, per accostarsi anche con l'ala destra alle pendici del Carso e investire le alture da ogni parte. Erano passati venti giorni da quella fatale piena dell'Isonzo che ci aveva fermati.

Verso la nuova linea d'investimento le truppe, protette dalle artiglierie, si lanciarono affondando nel fango. Più avanti, diguazzavano nell'acqua che arrivava loro quasi ai ginocchi. Avanzavano da ogni parte, imperterrite, sul terreno viscido. Il 21 di giugno la linea di attacco era arrivata agli argini del canale di Monfalcone. Il 23 l'aveva sorpassato e toccava la base delle alture. Fogliano era preso. Redipuglia era preso. Vermegliano era preso. Seltz era preso. L'offensiva rombava su tutta la fronte. Con l'appoggio potente dell'ala destra, con quell'ausilio formidabile sul fianco, si ripresero nella notte del 23 le operazioni del passaggio dell'Isonzo a Sagrado.

Si era scelto un altro punto, un poco più a monte dell'isolotto. La nostra artiglieria batteva la riva opposta con un fuoco intenso, e verso le quattro del pomeriggio incominciò il traghetto delle avanguardie. Lo svantaggio di agire alla luce del giorno era compensato dalla efficacia del nostro fuoco, che inchiodava il nemico. Non si poteva più sperare nella sorpresa notturna, e l'oscurità, paralizzando i nostri cannoni, sarebbe riuscita di maggiore utilità all'avversario che a noi. Furono sbarcati poco più di un centinaio di uomini. Ma dalle trincee blindate che ci stavano di fronte, alcune basse verso la riva, altre inerpicate sul declivio, la fucileria divenne serrata, violenta, continua. Non fu più possibile avvicinarsi con le barche piene di soldati. Per due volte, profittando dell'affievolirsi del fuoco, il traghetto riprende, e per due volte deve interrompersi. Il quarto tentativo del passaggio del fiume era fallito.