Era necessario rafforzare immediatamente l'occupazione di Sagrado. Si pensò di servirsi dei rottami del vecchio ponte distrutto dagli austriaci, di fronte al paese. Questo ponte aveva ai lati due passerelle per i pedoni. Un solo arco del ponte era precipitato completamente e le passerelle laterali, sorrette da armature di acciaio, erano rimaste come sospese, spezzate per una lunghezza di pochi metri. Era possibile creare un allacciamento di legno per un passaggio provvisorio di fanterie. Spingendo avanti a loro dei sacchi di terra, per ammassarli ad uno ad uno sul fianco di una passerella e crearvi un baluardo contro la fucileria vicina, dei soldati si spinsero carponi sul ponte.
Il fuoco austriaco li prendeva di fianco, li investiva dalla sinistra; tutte le pendici erano piene di trincee dominanti, lontane poche centinaia di metri. Una volta passato il ponte si entrava in una zona più coperta. Fu possibile sistemare la passerella, ma una traversata di truppe non poteva effettuarsi senza gravi perdite di uomini o di tempo. Allora, come a Lucinico, venne avanti un cannone.
Uscì da Gradisca. Inoltrò per un vialone alberato, diritto, che segue il fiume e finisce al ponte di Sagrado. Entrò di corsa nell'uragano del fuoco. Andava al sacrificio con una galoppata trionfale. Si piantò di fronte a quell'anfiteatro di trincee lampeggianti.
Fra lui e il nemico, la larghezza del fiume. Incominciò un tiro diretto e rapido di shrapnells e di granate, alternando. Non un colpo andava fuori di posto. Gli scoppi dei suoi proiettili disegnavano le linee dei trinceramenti. Batteva in basso, poi in alto, poi di nuovo in basso, a sbalzi, per non permettere al nemico di indovinare di prevedere il punto che stava per essere colpito. La fucileria nemica rallentò, divenne ineguale, prese lui solo la mira, dimenticò il ponte. Dove il fuoco riprendeva a crepitare violento, il cannone si volgeva e intimava silenzio. Faceva fronte a tutti, comandava a tutti, atterriva.
Poco dopo, l'artiglieria nemica lo assalì. Le granate esplodevano tutto intorno, il pezzo scompariva nel fumo. Non poteva difendersi. Non pensava a difendersi. Continuava ad imporsi alle trincee. Costringeva la fanteria austriaca a ripararsi e aspettare. Era il suo còmpito. Intanto sul ponte le truppe nostre passavano. I plotoni sfilavano, uno dopo l'altro, curvi dietro ai sacchi di terra.
Qualche servente cadeva vicino al pezzo; i superstiti scansavano il ferito e seguivano il lavoro. I cavalli erano morti. Schegge di granate martellavano l'affusto e le scudature. Il cannone tuonava sempre. E sul ponte le truppe passavano. In ultimo si videro due soli artiglieri in piedi. Sparavano gli ultimi colpi. Poi il cannone stesso fu preso da una granata in pieno. Rimase tutto di traverso, scavalcato. L'occupazione di Sagrado era definitiva.
Un reggimento aveva varcato il fiume. Il giorno dopo era tutta una brigata al di là. La nostra fronte si allargava verso Castello Nuovo. Il nemico veniva sloggiato da un primo lembo del ciglione. Poteva ancora bombardare il ponte, ma non lo vedeva più. La linea del fiume sfuggiva in parte al suo sguardo. Eravamo padroni dell'Isonzo. Un altro ponte era gettato, sotto a cannoneggiamenti furibondi ma vani perchè ciechi. Si preparava la battaglia di luglio, quella battaglia smisurata che ci ha portati sull'altipiano attraverso innumerevoli assalti, dopo i quali si vedevano scendere alla pianura in lunghe colonne reggimenti e reggimenti austriaci, prigionieri.
Da Gradisca ho potuto avere una visione delle vicine pendici conquistate, che la cima di San Michele sovrasta. Gradisca offre una delle più tragiche scene della guerra. Perchè non è completamente distrutta. È ferita, squarciata, ma poche delle sue case sono crollate, poche sono morte; quasi tutte conservano una paurosa e inesprimibile espressione di vita, di sofferenza, di terrore, di agonia. Le macerie che si vedono qua e là, sono meno sinistre delle abitazioni ancora in piedi che si allineano lungo le vie deserte, sulle quali, dalle finestre sfondate dalle esplosioni, da quei loro occhi sbarrati e vuoti, lasciano cadere uno scintillìo di vetri infranti, come un luccicare di lacrime.
La maceria è il passato, è la tomba; sorprende ma non commove, e la solitudine intorno a lei appare lugubre ma naturale, come nei cimiteri. Fra quelle case senza abitanti, per le strade senza passanti, nella città dilaniata e fuggita, percossa da un perpetuo grandinare di piombo, v'è un senso misterioso di angoscia, qualche cosa di palpitante, un prodigioso alito di spavento, che fa involontariamente affrettare il nostro passo.