Le vie sono ingombre da uno sparpagliamento minuto di rottami e di fronde d'albero staccate dai proiettili. L'uragano senza fine della battaglia strappa dalle case, dalle esistenze, dalle piante, detriti di ogni genere e li mescola.
Tegole, lembi di tenda, imposte divelte, berretti da soldato, mattoni, ramoscelli, sembrano gettati intorno dalla furia di un vortice. Cannoni di tutti i calibri hanno tirato e tirano su Gradisca. Di tanto in tanto, un boato profondo, un sussultare del suolo, un fremito di muri, uno scroscio di crolli, un tintinnare di vetri, e il fondo di una strada si annebbia di polverone denso e di fumo.
Con un sibilare strisciante, delle palle di fucile arrivano, continuamente, picchiettando su tutti i muri. Sono colpi lunghi degli austriaci. La fucileria crepita sulla Sella di San Martino e dietro al bosco del Cappuccio. Basta guardare in terra, per vedere tutto intorno decine di pallottole cadute, come una rada e strana ghiaia metallica, alcune ancora luccicanti e fresche. Alla imboccatura di quel vialone che l'eroico cannone percorse, la terra è aperta da enormi crateri scavati dalle esplosioni.
Uno più largo, profondo come lo sterro di un lavoro di fognatura, fatto da una granata da 305, ha nel centro una sedia infangata e sbilenca, una vecchia sedia da caffè. L'hanno messa lì i soldati, per la fotografia. Avere il proprio ritratto in nobile posa seduto dentro ad una buca di granata, è l'aspirazione artistica d'ogni milite che passa. Il punto è molto esposto al fuoco, ma la tentazione è grande, la sedia è pronta, macchine fotografiche non mancano mai, e la fotografia si riproduce con modelli diversi.
Una granata da 305 ha massacrato la cattedrale. Dall'esterno la chiesa pare intatta. Ma non ha più tetto, e dentro è una confusione immane di travi cadute, di colonne crollate, di arredi sacri frantumati e sparpagliati, di macerie irriconoscibili, sulla quale scende la piena luce del giorno. Le rovine sono più grandi verso il fiume, al quale si scende rasentando i giardini pubblici devastati, con degli alberi stroncati dai colpi, e delle scritte che dicono: «La tutela delle piante e dei fiori è affidata al pubblico».
Dalla riva dell'Isonzo si vedono distintamente le posizioni che tendono alla vetta del San Michele. Il Carso, che da lontano sembra un gradino regolare ed eguale, appare allora tormentato e vario. È un'immensa scogliera, che si corrode, che si sfa qua e là, che raccoglie nelle sue cavità detriti e terriccio sui quali le vegetazioni si affollano, che ha boschi e prati formatisi sulle frane dei suoi fianchi appena coperti da lievi sedimenti coltivabili, ma che lascia emergere per tutto i rilievi della sua cinerea ossatura di pietra. Sulla sua cima il verde si raccoglie come l'acqua piovana negli interstizî di un acciottolato. Intere zone non sono che roccia. Se si scava sul prato, si trova la roccia al primo colpo di piccone.
Avanzando in linea retta, si è fermati continuamente da macigni, da scalini inaccessibili, da protuberanze del massiccio calcareo, e bisogna girare, incanalarsi per le cunette, scendere nelle piccole cavità erbose, nelle doline, inoltrandosi per passaggi obbligati sui quali una difesa facilmente si concentra. L'ordine sparso degli assalti deve per forza finire in aggruppamenti, come un calmo ruscello spezzato dai sassi si gonfia e irrompe in rivoletti fra un ostacolo e l'altro. Gli avviamenti, gli sbocchi, sono fatalmente fissati dal terreno. Contro ognuno di essi il nemico ha preparato una barriera.
Altrove, le trincee si allineano in due, tre, quattro ranghi. Qui sono spezzate e sono per tutto. Fanno fronte da ogni lato, si fiancheggiano, si spalleggiano, serpeggiano, formano angoli, formano intrecci. Non vi è una fronte da varcare, ve ne sono venti. Ogni dolina è un piccolo campo di battaglia. Per ogni trincea c'è un'azione, un piano, una tattica. Se si disegnassero sopra una carta topografica tutte le trincee espugnate sul Carso, si vedrebbe il foglio riempirsi di brevi tratteggi, con una confusione da scrittura misteriosa, come un'invasione di caratteri cuneiformi. E le trincee di difesa e di attacco non sono scavate; la terra manca per nascondervisi. Sono elevate.