Non ci si affonda, ci si innalza. Non si zappa, si costruisce. Bisogna andare all'assalto portando sulle spalle sacchi pieni di terra. Appena ci si ferma, un uomo sorge. Con le munizioni si portano avanti sassi, sacchi, cemento, travi, e si lavora, si erige, i parapetti si formano che le blindature vanno poi coronando. Spesso il lavoro è impossibile. Il combattimento incalza, tutti debbono prendere il fucile, la trincea appena sbozzata è un minuscolo rilievo di pietrame, vi si arriva carponi, vi si sta rannicchiati dietro per giorni, per settimane, aggrampati a quella parvenza di difesa, ostinati, esasperati, decisi.
Dopo ogni avanzata nostra, arrivano i contrattacchi. Due, tre volte il nemico tenta e ritenta la riconquista delle posizioni perdute. Non di rado è il contrattacco che ci porta avanti. Il nostro soldato ha l'istinto dell'offensiva, sente il momento utile allo slancio. Quando ha fermato il nemico, gli va addosso. L'occasione di trovarsi viso a viso con gli austriaci non è mai perduta. Un assalto austriaco finisce quasi sempre con un assalto nostro. Il bollettino ufficiale ha dato notizia di oltre trenta attacchi nemici sul Carso, e non erano che i principali. Molte grandi catture di prigionieri le abbiamo fatte quando eravamo assaliti.
Sul Carso gli austriaci hanno prodigato tutti i sistemi di difesa, tutti i tranelli della guerra, tutti i tipi di opere di fortificazione campale antica e moderna; hanno adoperato cemento, acciaio, pietra, legno; in quantità che sarebbero bastate alla costruzione di intere città; hanno fatto dei muri di protezione lunghi otto o dieci chilometri sul fianco degli incamminamenti; hanno usufruito di grotte e di caverne, scavato cunicoli, piantato reticolati, sepolto mine. E siamo saliti.
La base delle alture, il primo sorgere del declivio di fronte a Gradisca, è boscosa. Interrate fra le piante erano centinaia di mine. Le prime pattuglie in avanscoperta furono sorprese dalle esplosioni. Bastava urtare dei fili sottilissimi, invisibili come crini di cavallo, tesi fra l'erba, per provocare uno scoppio. Squadre di volontari partirono alla ricerca. Strisciavano lentamente, frugando con lo sguardo la terra, trovavano i fili, li seguivano delicatamente, scavavano il suolo adagio adagio, disarmavano gli inneschi, e tornavano portando le scatole esplosive. Tutto questo in mezzo allo scoppiettìo delle scaramucce, sotto alla protezione di vedette che si rannicchiavano a sparare dietro ai tronchi degli alberi vicini. Così si sgombrò la strada al primo passo.
Più in alto la boscaglia s'interrompe, riprende, lascia larghe zone nude, e forma sulle alture larghe macchie fosche di vegetazione arborea. È la forma di queste macchie che ha suggerito ai soldati nomi strani per località che non avevano nome, e alle quali la guerra dava un'importanza storica. Bisognava distinguerle, e si chiamarono Bosco Cappuccio, Bosco Triangolare, Bosco a Lancia, Bosco a Ferro di Cavallo. Quando il bollettino nostro ha annunziato la conquista del Bosco Cappuccio e del Bosco a Ferro di Cavallo, il comunicato austriaco ha potuto smentire recisamente la conquista con un argomento perentorio, inconfutabile e unico: Cappuccio e Ferro di Cavallo, mai esistiti.
E fra poco invece sarà il bosco scomparso e il nome che resterà. Perchè, come sul Mrzli, come sul Podgora, il cannone sfronda, scalza, schianta, incendia e abbatte. La spalla del monte appare nuda sotto ad un magro intreccio di ramosità intristite. La terra è sconvolta e rossastra, la roccia scheggiata ha biancori di neve, e i pochi alberi rimasti eretti, bruciacchiati dalle vampe, spezzati e stroncati, hanno l'apparenza scheletrica delle piante colpite dal fulmine.
Il Bosco Cappuccio, che pareva appunto un cappuccio di verdura sopra un cocuzzolo verso San Martino, è tutto lacerato ai lembi, lungo i quali si distendeva un possente trinceramento austriaco. Avanti, il terreno è nudo. È un pendìo scosceso e scoperto. L'assalto che arrivò alla trincea si potè seguire da lontano. Si vedevano gli uomini inerpicarsi urlando, si vedeva lo sparpagliamento veemente e disordinato delle masse di attacco che salivano, miriadi di puntini grigi, si vedevano le seconde file rincalzare le prime file assottigliate, e l'azione pareva eterna. Al di qua del ponte di Sagrado, dietro ad un parapetto, tre strani piccoli ufficiali vestiti in uniforme khaki, guardavano immobili, con i pugni stretti, lanciando enfatiche esclamazioni gutturali.
Erano gli attachés giapponesi. Quando videro l'assalto sparire oltre la trincea nemica, ingolfarsi nel bosco, si voltarono indietro, verso degli ufficiali italiani che osservavano gravi e commossi, e agitarono le braccia con un gesto di entusiasmo e di stupore, gridando: «C'est grand! C'est grand!» Avevano rivisto la mitraglia umana di Porto Arturo.
Questo avveniva il 25 di luglio. Avevamo messo quasi un mese a giungere lassù. Due giorni dopo aver preso Sagrado eravamo a Castello Nuovo, al bordo dell'altipiano sopra al paese. Doveva essere in antico uno dei castelli intorno ai quali, su quelle stesse pendici del Carso, tre secoli fa Venezia si batteva con gli Arciducali nella guerra «Gradiscana». Poi il castello è divenuto una villa, circondata da cipressi. Adesso la villa è crollata, la battaglia ha cancellato tutto. L'occupazione di Castello Nuovo faceva cuneo, puntava in avanti nel centro della fronte carsica. Gli austriaci sferravano attacchi su attacchi su quel vertice d'avanzata, che era per noi un premio al quale si appoggiava la progressione lenta e faticosa delle ali.