Ogni notte era un assalto. Ve ne sono stati dodici contro quel punto, che appariva sempre avvolto di fumo. Le trincee austriache, coperte, blindate, protette, erano a cinquanta metri. Noi stavamo dietro a parapetti provvisorî, coronati di sacchi. Da una parte all'altra si parlavano, fucilando. Allora nacque, non si sa come, il soprannome di Cecchino dato ai tiratori scelti austriaci, i quali, muniti di fucili a cavalletto con alzo a cannocchiale, stavano eternamente alla posta. Anche noi avevamo i nostri Cecchini, sempre in mira, la guancia contro al calcio. I colpi erano commentati ad alta voce. Un giorno uno dei nostri sbagliò per due dita la testa di un austriaco che si era avanzato quatto quatto e si disponeva a sparare; l'austriaco ritraendosi agitò in aria il fucile facendo quella segnalazione che in tutti i bersagli del mondo significa «zero»! Si rise dalle due parti. Più spesso erano ingiurie. Una sera pioveva a dirotto, l'acqua scorreva dietro ai nostri parapetti, e dalla trincea austriaca, chiusa e asciutta, una voce di scherno gridò nel dialetto dalmata: «I fevi i piediluvi, can de taliani?» Rispose un coro d'invettive che deve aver dato al nemico l'impressione d'un grido di assalto, perchè aprì subito il fuoco. Ma questa è la vita di tutte le trincee.

L'avanzata vera, sistematica, perseverante, vigorosa, cominciò ai primi di luglio. Il centro era piantato solidamente su Castello Nuovo, la destra saliva verso il Monte Sei Busi, la sinistra verso il Monte San Michele.

L'offensiva si scatena allora su tutti i fronti, preme sul Podgora, minaccia i ponti di Gorizia, ma è al Carso che tende con volontà intensa. L'azione non vi ha sosta. Ogni notte dei reticolati saltano, ogni giorno delle trincee sono prese. Il nemico si rinforza, concentra nuove batterie di medi calibri nel vallone di Doberdò, contrattacca per tutto, cerca di profittare della vulnerabilità e della debolezza che hanno le posizioni appena prese, quando ancora non c'è stato tempo di farvi i lavori di consolidamento, e vi dirige assalti su assalti. Ma niente ci smuove, teniamo le trincee espugnate, progrediamo sempre.

La lotta era accanita. Il nemico non rifuggiva dai mezzi più sleali, dalle false rese che nascondevano mitragliatrici appostate, dalle false bandiere della Croce Rossa issate su batterie o su comandi, era feroce quando non era in fuga. Non permetteva di raccogliere i feriti caduti fra le due fronti, e non raccoglieva i suoi. Una mattina uno dei nostri generali doveva far cominciare un bombardamento di calibri pesanti per aprire il varco nel reticolato di un trinceramento che ci era di fronte; ma proprio sotto a quel reticolato che stava per essere sconvolto da una bufera di esplosioni, giaceva un ferito nostro. Di tanto in tanto si vedeva un lieve gesto del suo braccio. Vicino a lui due cadaveri. Erano caduti durante un tentativo notturno.


Il generale, che era in trincea per sorvegliare gli effetti del bombardamento, guardava la scena pensieroso. L'ora fissata per l'azione dell'artiglieria scoccava. Egli non dava ordini. Poi, chiamò un ufficiale e fece parlamentare col nemico.

«Lasciateci raccogliere i nostri feriti e i nostri morti!» — gridò dalle nostre trincee una voce al megafono. Nessuna risposta. «Faremo uscire dei portatori nudi perchè vediate che non è un tranello!» — soggiunse la voce. Nessuna risposta. Le stesse frasi furono gridate in tedesco. Silenzio. La trincea nemica pareva deserta. Quattro portaferiti con le barelle vennero fatti inoltrare. Una scarica di fucilate li accolse appena usciti. Due di loro rimasero colpiti. L'ora era trascorsa. Le batterie pronte aspettavano il segnale telefonico per iniziare il tiro convenuto. Il generale si passò una mano sulla fronte, guardò l'orologio, si volse all'ufficiale d'ordinanza, gli trasmise un ordine. E il fuoco cominciò.

Il varco fu aperto nei reticolati. Il segno che la batteria era spezzata venne dal nemico. Si vide un gruppo di austriaci balzare fuori della trincea e precipitarsi per un passaggio creato dalle nostre granate attraverso la siepe di acciaio. Venivano giù in fila, senza fucile, correndo, le mani in alto. Si arrendevano.

Erano venticinque. Profittavano di una sosta fra il cannone e la baionetta. Ma il cannone non aveva finito. Riprendeva in quel momento il suo lavoro di demolizione. Una granata cadde in mezzo al gruppo. Dalla nostra trincea si scorse distintamente lo spettacolo atroce di corpi umani smembrati lanciati in aria nella eruzione di terra, e di fumo dello scoppio. Era come una di quelle esplosioni inverosimili che si vedono raffigurate nei giornali illustrati. Terrorizzati, insanguinati, lividi, i superstiti arrivarono alla posizione italiana. Non erano più che sedici. Il destino aveva fatto giustizia.

Lo spettacolo di queste rese era comune. Una volta verso Castello Nuovo si vide venire avanti un mezzo battaglione austriaco, agitando fazzoletti, con le braccia levate: cinque o seicento uomini, una folla veloce sormontata da un turbinio chiaro di mani. Cessò il fuoco delle nostre trincee e si fece un silenzio di attesa. Ma quella massa non aveva percorso la metà della strada che la separava dai nostri, quando cominciò su di lei un fuoco di shrapnells austriaci, serrato, esatto, rabbioso, che la seguiva passo passo. Cadevano giù a gruppi i fuggenti colpiti, costellavano la terra di corpi. Centoventi soltanto poterono giungere a consegnarsi. Certe volte si direbbe che i reticolati servano assai più a trattenere gli austriaci dal rendersi che a difender loro dai nostri assalti.