Il cannoneggiamento furibondo, insistente e preciso che preparava gli attacchi delle nostre fanterie, sbalordiva e accasciava il nemico nelle sue trincee. L'assalto spesso lo trovava inerte, sperduto. I nostri primi reparti arrivavano, intimavano la resa, e continuavano l'attacco, andavano oltre, lasciando alle seconde linee la cura di raccogliere i prigionieri e di spingerli giù, verso le retrovie. Gli ufficiali austriaci, che non stanno con i loro uomini, perdevano ogni controllo di comando. Dietro ad ogni trincea nemica, lontano dieci o quindici passi, vi sono dei minuscoli ricoveri; delle buche blindate; nella trincea sono i soldati, nelle buche gli ufficiali. La truppa non può muoversi, presa come è fra i reticolati e le pistole dei suoi superiori. Sapiente disposizione.
I primi tempi i nostri soldati, intenti alla trincea, non badavano alle tane dei comandi che erano alle spalle, e proseguendo incalzanti alla conquista delle linee successive erano spesso feriti da misteriosi colpi a bruciapelo. Poi impararono. Correvano dritti alle buche, e affacciando la punta della baionetta nell'apertura, ponevano all'abitatore rannicchiato nell'ombra questo semplice dilemma: «Fuori le mani, o spingo!» Venivano fuori le mani. Dopo le mani spuntavano le braccia, e dopo le braccia emergeva il resto di un elegante oberleutenant al completo, pallido ma dignitosamente rassegnato.
Una mattina un capitano austriaco, rimasto inosservato nel suo covo mentre l'assalto passava, tirò un colpo di pistola ad un sergente nostro che seguiva il suo plotone. Il sergente, illeso, si fermò e si guardò intorno. Una seconda palla lo sfiorò. Allora egli vide. Non fece fuoco, rivoltò il fucile, balzò addosso all'ufficiale, lo tramortì con un colpo di calcio, se lo caricò sulle spalle e lo portò giù, al posto di medicazione. Qui, alle prime cure il capitano austriaco rinvenne, e andò su tutte le furie. Smaniava, mostrava i pugni al sergente, che lo guardava sbalordito da dietro le spalle dei medici, rotava gli occhi e bestemmiava, in tedesco. Non era furioso per essere stato fatto prigioniero, o per avere perduto la posizione. La causa della sua ira era più grave: «È la prima volta — gridava — la prima volta nella mia vita che manco un uomo al secondo colpo!» Il sergente fece un passo avanti, salutò cerimoniosamente e gli disse: «La ringrazio tanto per la eccezione!» E se ne andò fischiettando.
Storie di prigionieri, di rese, di catture, sono innumerevoli. In quei giorni operava sul Carso una famosa batteria da campagna che era conosciuta dalle truppe precisamente col nomignolo di «batteria dei prigionieri». Aveva la specialità di catturare gli austriaci a mezze compagnie per volta, da sola. Nelle nostre linee arrivavano all'improvviso bande di nemici che si arrendevano, adunati e condotti dal fuoco dei cannoni. Quando la batteria scorgeva dei nuclei nemici in ritirata, li fermava con barriere di esplosioni, li costringeva a cercare uno scampo nel ritorno, li accompagnava, li sospingeva con una minacciosa siepe di shrapnells, non permetteva loro che deviassero, lasciando così una sola via aperta alla loro marcia, quella della resa.
Gli austriaci incalzati, incapaci di mantenere il terreno ad onta della tremenda preparazione difensiva, meditarono un gran colpo. Divisioni fresche arrivavano continuamente dalla Galizia a rinforzo. Fin dal 10 di luglio grandi masse nemiche venivano adunate per una offensiva generale e risolutiva. In quell'epoca cominciò a notarsi appunto l'entrata in azione di numerose batterie pesanti. Per sloggiarci dall'altipiano carsico pensarono di sviluppare l'attacco principale contro la nostra ala sinistra.
Appariva infatti in quel momento la più vulnerabile. Una volta forzata la sua estrema punta sull'Isonzo, un ripiegamento di tutta l'ala sinistra poteva essere provocato. Ripiegare sotto la pressione di un'offensiva possente significava, con molta probabilità, ripassare il fiume. Sarebbe stata la perdita dei ponti, l'annullamento dei risultati ottenuti con sforzi meravigliosi durante quasi due mesi di lotta tenace, il ritorno al principio in condizioni ben più difficili per una ripresa dell'offensiva. La nostra destra invece aveva Monfalcone come sentinella estrema, e un attacco contro di essa, anche fortunato, non avrebbe ottenuto un resultato definitivo quale quello di ridare il pieno controllo dell'Isonzo. Il piano austriaco era dunque perfetto, come sono perfetti tutti i piani prima che falliscano.
Al mattino del 22 luglio il grande attacco austriaco si sferrò. Tutta la notte delle offensive minori avevano tastato la nostra fronte, forse per riconoscerla, forse anche per stancare le guarnigioni e trovarle più deboli e meno pronte all'urto che si preparava. Numerosi generali comandavano il movimento offensivo, fra i quali il principe di Schwarzenberg, il generale Boog, il generale Schreitter. L'azione cominciò con un bombardamento formidabile.
Delle persone che osservavano le posizioni da lontano, le videro letteralmente coprirsi di fumo. Si ovattavano tutte di nubi di shrapnells. Il rombo intenso della cannonata non affievoliva un istante. Pareva impossibile che si potesse resistere in quell'inferno. Si aveva l'impressione angosciosa che fosse un fuoco di sterminio. Improvvisamente si svegliò un tuono più alto, più violento, più vicino: le nostre artiglierie entravano in azione. Per qualche tempo il fumo dei colpi avvolse gli stessi punti. Poi, ad un tratto, parve che gli shrapnells austriaci battessero più in là, che i cannoni nemici raccorciassero il tiro; l'uragano si allontanava, si videro i nostri colpi spostarsi subitamente, andare lontano lontano. Si comprese che facevano un fuoco d'interdizione, che chiudevano la strada ad un nemico in fuga.
L'attacco era stato dato con dense e profonde formazioni, a grandi masse. Erano arrivate impetuose quando la preparazione delle artiglierie nemiche poteva far credere di avere decimato ed estenuato la difesa. Ma una delle più belle qualità del nostro soldato è la resistenza morale al bombardamento. L'attacco si abbattè sulla prima linea in piena efficienza, duramente provata ma pronta alla lotta. La battaglia fu accanita. Le onde di assalto si formavano e si riformavano, ma l'artiglieria nostra aveva avuto una prontezza fulminea nell'intervenire in soccorso della fanteria. Il suo fuoco era di una precisione spaventosa; molti dei punti sui quali si concentrava il tiro erano in diretta visione delle batterie. Lunghi tratti del campo di battaglia si prospettavano in declivio avanti ai cannoni, che scrivevano i loro colpi come sopra una lavagna. Si poteva portare il fuoco a cinquanta, a quaranta metri dalla nostra linea, senza timore di toccarla. L'assalto non trovava un limite di liberazione, oltre il quale l'artiglieria è paralizzata.