La fucileria aveva l'intensità continua di uno scroscio di cateratta, e lo strepito regolare delle mitragliatrici pareva il battito meccanico di un immenso opificio. Ad ogni sbalzo in avanti le file nemiche erano falciate. Si vedevano gli uomini fulminati nella corsa cadere roteando su loro stessi, e le braccia aperte. L'impeto dell'assalto era spezzato. L'attacco violento declinava in un'azione lenta. La spinta si faceva pressione. Intanto i nostri rincalzi erano in marcia, avevano passato i ponti, si ammassavano dietro al combattimento, portavano alla prima linea una nuova pienezza di vigore. E la controffensiva nostra si sferrò, vigorosa, improvvisa, travolgente. Allora la nostra artiglieria spostò il tiro, battè alle spalle del nemico, lo serrò fra le granate e le baionette, e fu la fuga disordinata degli austriaci, la resa di interi reparti, la rotta. La vittoria era nostra.

Il terreno era pieno di cadaveri nemici. Di quando in quando dalle cavità, nelle doline che parevano deserte, si vedevano apparire piccole file caute di austriaci, curvi sotto al loro grosso zaino, plotoni di dispersi in cerca d'uno scampo, e la mitragliatrice intimava loro l'alto là. Il soldato che perde lo zaino è punito nell'esercito austriaco legandolo ad un palo, con i piedi ad un palmo dal suolo, le mani avvinte dietro il dorso, e per alcune ore è lasciato così a meditare sulla santità del corredo governativo. Questa venerabile costumanza ha prodotto una indivisibilità mirabile fra il soldato austriaco e il suo bagaglio. Nelle più critiche circostanze, zaino e soldato sanno rimanere insieme. L'uomo può perdere la testa, può perdere la battaglia, può perdere la vita, ma non il sacco. Si assiste talvolta ad atti di eroismo disperato per la riconquista di uno zaino, abbandonato in un momento di fretta imperiosa e imperiale. Dei feriti a morte, agonizzanti quasi, ai quali nella caduta è sfuggito dalle spalle il carico regolamentare, strisciano a riprenderlo, arrivano ad afferrare a fatica una cinghia, la tirano a loro con le ultime forze. E muoiono così nel pensiero di un ideale raggiunto.

Il grande attacco austriaco naturalmente ci portò più avanti. Per ostacolare il nostro consolidamento sulle nuove posizioni, altri attacchi arrivarono il giorno dopo. La nostra ala destra fu alla sua volta investita. Ma il 25 luglio tutta la nostra fronte riprendeva l'offensiva, paziente, tenace e violenta. Mentre l'ala sinistra conquistava quel Bosco Cappuccio che non ha più alberi sui suoi bordi sconvolti, il centro si avvicinava a San Martino del Carso, e la destra espugnava una gran parte del Monte Sei Busi, verso Doberdò, le cui case bianche si affacciano spaurite al di sopra di un nereggiare di boscaglia. Il Monte Sei Busi era stato già preso, poi riperso, poi ripreso, poi riperso. Si concentravano sulla vetta troppi tiri di artiglierie, che non davano il tempo di consolidarsi. L'azione generale distolse da quella sommità una parte del fuoco che la batteva, permise agli assalitori di resistere, di lavorare, di organizzarsi e di reggere. Cominciavamo a dominare finalmente tutto un lato dell'altipiano, fino al Vallone, dietro a Doberdò, fino al laghetto.

Il Bosco Cappuccio e la boscaglia della spalla di San Martino, erano pieni di trincee, di reticolati. Vi infuriarono combattimenti furibondi a colpi di granate alla mano e di baionetta. Furono spesso lotte a corpo a corpo, avvinghiamenti, sotto ad un roteare di calci di fucile che cadevano a mazza. Le bombe asfissianti del nemico allungavano fra gli alberi il loro fumo persistente, denso, verde, vischioso. Dalle nubi velenose i nostri emergevano terribili, coperti dalle maschere di guerra che mettono sul viso l'apparenza mostruosa di una enorme bocca inumana.

Si combattè il giorno, si combattè la notte, si combattè il giorno appresso. La sinistra era salita sul San Michele. Contro di lei si volsero i cannoni di Gorizia. La montagna pareva in eruzione. I nostri non volevano lasciar presa. Erano decimati ma resistevano. Rimasero fino alla notte sulla vetta battuta da uragani di acciaio. Quando ripiegarono, si gettarono contro delle trincee laterali, andavano in cerca di combattimento. E arrivarono dalla vittoriosa ritirata sospingendo una massa di prigionieri. Oltre cinquemila prigionieri erano stati catturati in tre giorni, con duecento ufficiali austriaci. Alla destra ci piantavamo definitivamente sul Monte Sei Busi.

Il 27 avanzò il centro. Il 28 il nemico contrattaccò con grandi forze. Aveva ricevuto altre truppe fresche. Comparve in prima linea un reggimento di Landschutzen. Non tornò più indietro. Un altro migliaio e mezzo di uomini validi cadde nelle nostre mani. Avanzammo verso San Martino. Il 29 gli austriaci tentavano di sloggiarci con l'incendio dal Bosco Cappuccio. Delle fiamme sorsero qua e là nei roveti; furono estinte.

Continuammo ad avanzare. Tutto un primo sistema d'opere difensive era sfondato. Urtavamo sulla seconda linea, che fu attaccata dalle artiglierie. Il centro progrediva e mandava indietro centinaia e centinaia di prigionieri. Il 31 gli austriaci assalivano con vigore il Monte Sei Busi, dopo aver tentato di stornare la nostra attenzione con un'azione dimostrativa all'ala opposta. L'assalto fu fermato, e la controffensiva nostra si sferrò alla sua volta, magnifica, impetuosa, irresistibile, scompigliando, fugando, disperdendo le truppe più scelte, e quasi un intero reggimento dei famosi Kaiserjäger rimase sul campo.

Il 2 agosto, altro attacco austriaco contro al Monte Sei Busi. Quella occupazione li molesta. Se il San Michele guarda in casa nostra il Sei Busi guarda in casa loro. Vede e sorveglia, scopre le vie di approccio, e colonne nemiche in movimento su strade, che erano state fino allora invulnerabili, sono raggiunte ora dai nostri colpi di cannone, fermate, disperse. L'attacco è respinto, e avanziamo. L'occupazione del Monte si allarga. Anche il nostro centro progredisce. La nostra artiglieria arriva a tormentare delle retrovie avversarie. Scopre Marcottini, domina tratti nuovi di comunicazioni verso Devetachi. Strane località ha il Carso, che portano nomi umani, veri cognomi che adesso ci fanno l'effetto di appartenere a personalità misteriose e ostili: Marcottini, Devetachi, Vizintini, Micoli, Ferleti, Bonetti, Boschini.... Perchè sono dalla parte austriaca tutti questi italiani?

Il giorno dopo, nuova battaglia. Per frenare i progressi del centro, alla mattina del 4 agosto gli austriaci sferrano un attacco contro al Bosco Cappuccio. Si ripetono le fasi oramai consuete di resistenza e di controffensiva. Il nemico è fermato, assalito, inseguito. Una enorme trincea, che i soldati chiamavano il Trincerone, la quale chiudeva gli sbocchi orientali del bosco, è presa così, di impeto. L'assalto vi sale alle spalle dei fuggiaschi. Siamo agli accessi di San Martino. Attacchi, contrattacchi, sorprese, combattimenti nella nebbia, nella bufera, nelle tenebre di notti tempestose, nel chiarore di proiettori e di razzi, si susseguono ogni giorno da allora, ma non hanno più l'ampiezza di azioni generali. Sono imprese locali, battaglie d'una dolina, assedi di una trincea, furori circoscritti. Andiamo avanti sistematicamente, scalzando, incalzando, senza annunziare sempre i vantaggi ottenuti, portando colpi di sorpresa, senza fermarci mai. La lotta non ha soste, si restringe ma non langue, si sposta ma non riposa.

Mentre dalle finestre sbrecciate di un vecchio edificio di Gradisca, sul quale le pallottole grandinando formano come una tarlatura, osservavo le posizioni, il fuoco che languiva ha ripreso, tutta la vetta scrosciava di fucilate, e ricominciava sulla città deserta una pioggia rada e scoppiettante di piombo. Raffiche di cannonate passavano. Un combattimento breve divampava verso il San Michele.